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Ritorniamo sul tema della salvezza e ora lo affrontiamo dal punto di vista delle parole di Gesù sul calice del Sangue, versato “per molti” (pollon, nell’originale, cf. Mt 26,28). Per ragioni di misericordia e per essere più inclusivi traduciamo e vogliamo tenere il “per tutti”, non accorgendoci però che in tal modo rendiamo la salvezza non solo automatica ma irrilevante; escludiamo chi combatte per salvarsi e includiamo necessariamente chi non si dà pena di rispondere all’appello del Sangue di Cristo. Il “per molti” non esclude nessuno, ma neppure include tutti.

La tradizione della Chiesa non ha avuto mai dubbi circa la sorte eterna di Giuda, definito da Gesù stesso «figlio della perdizione» (Gv 17,12). Gli Atti degli Apostoli, riferendosi al libro della Sapienza (4,19), descrivono la sua morte quale condanna di un empio (At 1,16-20). Eppure ai nostri giorni si tengono panegirici in onore di Giuda, perché in fondo la Chiesa non ha mai stabilito con certezza che qualcuno si sia dannato. Come stanno in verità le cose? Il troppo storpia, senza dubbi.

Molti alla domanda: «Cos’è più grande la giustizia o la misericordia?», risponderebbero che la misericordia è senza dubbio più grande. Ma è proprio così? L’inghippo sta nell’equiparare misericordia e carità. Invece le due cose sono distinte. La carità è Dio stesso, mentre la misericordia è l’amore di Dio donato agli uomini, «l’amore benigno», direbbe Giovanni Paolo II. Per poter essere accolta, la misericordia necessita la carità, quindi la grazia santificante, insieme alla fede e alla speranza. La misericordia così restituisce all’uomo la giustizia e la santità perse con il peccato. Non esisterebbe senza la giustizia o accanto ad essa: è la giustizia che per mezzo della misericordia di Dio ci salva.

Sant’Agostino definisce l’obbedienza virtù radicale, madre di tutte le virtù, origine e perfezione di ogni giustizia e virtù nella quale si riassume tutta la religione. Il P. Agostino Trapè, grande conoscitore del pensiero dell’Ipponate, riassume così la teologia di Agostino su questo punto: «L’ordine naturale vuole che l’inferiore sia soggetto al superiore; ma perché lo sia, è necessario che questi, il superiore sia soggetto a chi gli è, a sua volta, superiore, affinché sotto Dio, che è al sommo dell’essere, tutto sia ordinato». E se accadesse che il superiore rifiutasse sia l’ordine naturale che quello divino? Ne deriverebbero molti guai, uno molto noto: ricattare i sudditi, costringendoli ad obbedire a ciò che ripudia alla ragione illuminata dalla fede. L’obbedienza non è illimitata. L’autorità nella Chiesa non è autoreferenziale.

Il “cuore” nella Sacra Scrittura è il centro della persona, lì dove s’incrociano pensieri, desideri, scelte; dove viene concepito il bene e il male. Il «cuore puro», capace di vedere Dio, è il «cuore nuovo» promesso dai profeti quale dono dall’alto per poter vivere finalmente secondo la legge dell’amore di Dio. Questo cuore nuovo è il Cuore di Cristo, centro teandrico del Verbo incarnato, luogo della nostra salvezza e riconciliazione con il Padre. Il Cuore di Cristo è soprattutto simbolo della sua ardente carità, manifestata nel dono dell’Eucaristia, del Sacerdozio e della Vergine Maria. Dal «desiderium desideravi» di Lc 22,15, attraverso quell’«in finem dilexit eos» (Gv 13,1), arriviamo a contemplare questo Cuore totalmente squarciato per noi nel «consummatum est» (Gv 19,30). Questo Cuore rimarrà così per sempre aperto e in attesa.

Buona visione!

Catechesi di P. Serafino M. Lanzetta, tenuta a Radio Buon Consiglio il 25 maggio 2020.

L’ingegnarsi presente su come distribuire l’Eucaristia ai fedeli, con le trovate più strambe e più irrispettose dell’augusto Sacramento, non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato l’indulto di poter distribuire la Comunione sulla mano. Indulto che nasce per rimediare a un abuso liturgico diffusosi in diverse nazioni a partire dal 1965: dare l’Eucaristia in mano al fedele. Oggi tale indulto è diventato indiscutibile. Però il fedele ha ancora diritto di ricevere la Santa Comunione secondo la legge universale della Chiesa, in ginocchio e in bocca (anche in tempi di pandemia), evitando che un permesso si trasformi di fatto in un’imposizione. Tuttavia c’è una visione teologica che soprassiede al tutto, la quale si può sintetizzare in una domanda: l’Eucaristia è stata istituita anzitutto per essere ricevuta in cibo o per essere adorata? Oppure: viene prima il sacrificio o il banchetto? Da un corretto coordinamento delle due dimensioni, subordinando il momento conviviale a quello sacrificale e adorante, deriva anche il modo giusto, devoto e più degno di ricevere la Santa Comunione.

Buona visione!

Catechesi di P. Serafino M. Lanzetta, tenuta a Radio Buon Consiglio l’8 giugno 2020.

È proprio vero che ciò che conta è la sostanza e non la forma nel ricevere la S. Comunione? L’Eucaristia è il Corpo di Cristo, perciò anche il mio corpo deve assumere le fattezze del Corpo immolato del Signore per essere degno di riceverlo. Inginocchiato e ricevendo la Comunione in bocca, esprimo l’abbassamento del Verbo che si fa carne per farsi pane. Tutte le possibili obiezioni che si muovono alla Comunione in bocca e in ginocchio sono riassumibili in un’idea teologica di fondo che equipara la S. Messa all’Ultima Cena. Di qui l’autorizzazione a prendere e a mangiare. La S. Messa, in verità, non ripresenta l’Ultima Cena, ma il Sacrificio della Croce, istituito nella «notte in cui il Signore veniva tradito», quale sacrificio visibile dell’offerta che Cristo fa di Se stesso sul Calvario una volta per tutte. Se l’Ultima Cena non è l’istituzione memoriale del Sacrificio dell’Agnello, la Croce è una mera esecuzione di un condannato a morte.

Buona visione!

Video-catechesi di P. Serafino M. Lanzetta sull’unità del Mistero Pasquale di Cristo e sulle conseguenze derivanti da un’arbitraria separazione della Passione e Morte dalla Risurrezione.

Il Mistero Pasquale di Gesù – la Passione, Morte e Risurrezione – è un tutt’uno e va considerato sempre nella sua inscindibile unità. La Croce senza la Risurrezione sarebbe la mera esecuzione di una condanna a morte, come la Risurrezione senza la Croce una gloria senza la redenzione, un successo senza la sofferenza. La tentazione più ricorrente e all’ordine del giorno è quella di separare la Risurrezione dalla Croce: una sorta di emancipazione pentecostale della Chiesa. Ciò ha ripercussioni rovinose in teologia e nella vita liturgica della Chiesa. Si pensi alla Messa, il più delle volte intesa come mero convivio e non più sacrificio dell’Agnello divino, da cui scaturisce la Comunione con Lui. La Santa Comunione è data sulla mano al fedele rigidamente in piedi, perché risorto. Giustizia e misericordia sono poste l’una contro l’altra e la penitenza scompare per fare posto alla festa. Una festa e una gioia, però, che senza essere lavate nel Sangue di Cristo risultano vuote. Come vuote sono molte nostre parrocchie.

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Video-catechesi di P. Serafino M. Lanzetta sul diavolo in relazione al problema del male.

Se il male è una privazione di bene, allora il diavolo cos’è? Oppure, con Sant’Agostino, se il diavolo è l’autore del male, da dove viene il diavolo? Ammettere il male come entità in sé, conduce o a ritenere che il diavolo sia un Dio malvagio ed eterno, nemico del Dio buono, oppure che, quantunque entità creata e finita, sia comunque voluta da Dio. Quindi in ultima analisi Dio sarebbe l’autore del male. Il male in sé non esiste, ma è solo un’assenza di bene. Il diavolo è una creatura buona che si è ribellata a Dio e perciò è divenuta malvagia. Il peccato è la radice di questa perversione della libertà, sia nel diavolo che nell’uomo. È rassicurante tuttavia il fatto che satana è un essere finito, perciò un problema limitato. Se viviamo in Dio, la sua insidia diabolica diventa un aiuto spirituale: ci spinge a vivere da veri cristiani, armati di fede, speranza e carità. Cioè ad essere santi.

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In una video-catechesi, P. Serafino M. Lanzetta affronta un problema cruciale della teologia: il rapporto tra la volontà di Dio e l’esistenza del male fisico e morale.

Dio è causa della malattia, della sofferenza o della morte? Dio è responsabile del male morale che devasta le coscienze? Qual è dunque il giusto rapporto tra Dio e il mistero del male, così da dare una chiara risposta anche al problema presente della pandemia causata dal Coronavirus. Se Dio è tenuto fuori da tutto ciò che accade, al fine di “salvaguardare” la sua innocenza e per non lasciare che gli uomini inveiscano contro di Lui, o, se per giustificare la sua presenza in situazioni dolorose lo si lascia soffrire con noi e come noi, allora chi ci libera dalla sofferenza? La scienza e la tecnologia che ormai si sono sostituite alla fede e alla teologia. Questo però provoca un mondo (e una Chiesa) ancora più secolarizzati e non amici dell’uomo.

Buona visione