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Il “cuore” nella Sacra Scrittura è il centro della persona, lì dove s’incrociano pensieri, desideri, scelte; dove viene concepito il bene e il male. Il «cuore puro», capace di vedere Dio, è il «cuore nuovo» promesso dai profeti quale dono dall’alto per poter vivere finalmente secondo la legge dell’amore di Dio. Questo cuore nuovo è il Cuore di Cristo, centro teandrico del Verbo incarnato, luogo della nostra salvezza e riconciliazione con il Padre. Il Cuore di Cristo è soprattutto simbolo della sua ardente carità, manifestata nel dono dell’Eucaristia, del Sacerdozio e della Vergine Maria. Dal «desiderium desideravi» di Lc 22,15, attraverso quell’«in finem dilexit eos» (Gv 13,1), arriviamo a contemplare questo Cuore totalmente squarciato per noi nel «consummatum est» (Gv 19,30). Questo Cuore rimarrà così per sempre aperto e in attesa.

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Catechesi di P. Serafino M. Lanzetta, tenuta a Radio Buon Consiglio il 25 maggio 2020.

L’ingegnarsi presente su come distribuire l’Eucaristia ai fedeli, con le trovate più strambe e più irrispettose dell’augusto Sacramento, non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato l’indulto di poter distribuire la Comunione sulla mano. Indulto che nasce per rimediare a un abuso liturgico diffusosi in diverse nazioni a partire dal 1965: dare l’Eucaristia in mano al fedele. Oggi tale indulto è diventato indiscutibile. Però il fedele ha ancora diritto di ricevere la Santa Comunione secondo la legge universale della Chiesa, in ginocchio e in bocca (anche in tempi di pandemia), evitando che un permesso si trasformi di fatto in un’imposizione. Tuttavia c’è una visione teologica che soprassiede al tutto, la quale si può sintetizzare in una domanda: l’Eucaristia è stata istituita anzitutto per essere ricevuta in cibo o per essere adorata? Oppure: viene prima il sacrificio o il banchetto? Da un corretto coordinamento delle due dimensioni, subordinando il momento conviviale a quello sacrificale e adorante, deriva anche il modo giusto, devoto e più degno di ricevere la Santa Comunione.

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Catechesi di P. Serafino M. Lanzetta, tenuta a Radio Buon Consiglio l’8 giugno 2020.

È proprio vero che ciò che conta è la sostanza e non la forma nel ricevere la S. Comunione? L’Eucaristia è il Corpo di Cristo, perciò anche il mio corpo deve assumere le fattezze del Corpo immolato del Signore per essere degno di riceverlo. Inginocchiato e ricevendo la Comunione in bocca, esprimo l’abbassamento del Verbo che si fa carne per farsi pane. Tutte le possibili obiezioni che si muovono alla Comunione in bocca e in ginocchio sono riassumibili in un’idea teologica di fondo che equipara la S. Messa all’Ultima Cena. Di qui l’autorizzazione a prendere e a mangiare. La S. Messa, in verità, non ripresenta l’Ultima Cena, ma il Sacrificio della Croce, istituito nella «notte in cui il Signore veniva tradito», quale sacrificio visibile dell’offerta che Cristo fa di Se stesso sul Calvario una volta per tutte. Se l’Ultima Cena non è l’istituzione memoriale del Sacrificio dell’Agnello, la Croce è una mera esecuzione di un condannato a morte.

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Video-catechesi di P. Serafino M. Lanzetta sull’unità del Mistero Pasquale di Cristo e sulle conseguenze derivanti da un’arbitraria separazione della Passione e Morte dalla Risurrezione.

Il Mistero Pasquale di Gesù – la Passione, Morte e Risurrezione – è un tutt’uno e va considerato sempre nella sua inscindibile unità. La Croce senza la Risurrezione sarebbe la mera esecuzione di una condanna a morte, come la Risurrezione senza la Croce una gloria senza la redenzione, un successo senza la sofferenza. La tentazione più ricorrente e all’ordine del giorno è quella di separare la Risurrezione dalla Croce: una sorta di emancipazione pentecostale della Chiesa. Ciò ha ripercussioni rovinose in teologia e nella vita liturgica della Chiesa. Si pensi alla Messa, il più delle volte intesa come mero convivio e non più sacrificio dell’Agnello divino, da cui scaturisce la Comunione con Lui. La Santa Comunione è data sulla mano al fedele rigidamente in piedi, perché risorto. Giustizia e misericordia sono poste l’una contro l’altra e la penitenza scompare per fare posto alla festa. Una festa e una gioia, però, che senza essere lavate nel Sangue di Cristo risultano vuote. Come vuote sono molte nostre parrocchie.

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Video-catechesi di P. Serafino M. Lanzetta sul diavolo in relazione al problema del male.

Se il male è una privazione di bene, allora il diavolo cos’è? Oppure, con Sant’Agostino, se il diavolo è l’autore del male, da dove viene il diavolo? Ammettere il male come entità in sé, conduce o a ritenere che il diavolo sia un Dio malvagio ed eterno, nemico del Dio buono, oppure che, quantunque entità creata e finita, sia comunque voluta da Dio. Quindi in ultima analisi Dio sarebbe l’autore del male. Il male in sé non esiste, ma è solo un’assenza di bene. Il diavolo è una creatura buona che si è ribellata a Dio e perciò è divenuta malvagia. Il peccato è la radice di questa perversione della libertà, sia nel diavolo che nell’uomo. È rassicurante tuttavia il fatto che satana è un essere finito, perciò un problema limitato. Se viviamo in Dio, la sua insidia diabolica diventa un aiuto spirituale: ci spinge a vivere da veri cristiani, armati di fede, speranza e carità. Cioè ad essere santi.

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In una video-catechesi, P. Serafino M. Lanzetta affronta un problema cruciale della teologia: il rapporto tra la volontà di Dio e l’esistenza del male fisico e morale.

Dio è causa della malattia, della sofferenza o della morte? Dio è responsabile del male morale che devasta le coscienze? Qual è dunque il giusto rapporto tra Dio e il mistero del male, così da dare una chiara risposta anche al problema presente della pandemia causata dal Coronavirus. Se Dio è tenuto fuori da tutto ciò che accade, al fine di “salvaguardare” la sua innocenza e per non lasciare che gli uomini inveiscano contro di Lui, o, se per giustificare la sua presenza in situazioni dolorose lo si lascia soffrire con noi e come noi, allora chi ci libera dalla sofferenza? La scienza e la tecnologia che ormai si sono sostituite alla fede e alla teologia. Questo però provoca un mondo (e una Chiesa) ancora più secolarizzati e non amici dell’uomo.

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La grave crisi morale di abusi sessuali che investe la S. Chiesa ha radici molto più profonde del cattivo comportamento di alcuni sacerdoti e prelati. E non è sicuramente espressione di quella debolezza umana che i giovani capirebbero più di tutti in quanto essi stessi cadono e si rialzano, come ha insinuato recentemente il Card. Baldisseri nella conferenza stampa di presentazione del Sinodo dei giovani (1° ottobre 2018). Anche le giovani vittime di numerosi predatori clericali capirebbero facilmente questa debolezza? La radice del problema prima di essere morale è dogmatica. A monte c’è il rifiuto della dottrina di Cristo sull’amore umano e sulla sessualità. Dicevamo in un precedente articolo che tale dottrina s’incrina fortemente con una pubblica e “ufficiale” ribellione ad Humanae vitae nella Chiesa. Mettendo in discussione l’inscindibilità dell’amore coniugale e della procreazione, si aprivano le porte alla giustificazione di ogni possibile unione. Però quella tempesta che infuriò nella Chiesa non sarebbe del tutto comprensibile se non facessimo un ulteriore passo indietro per andare al momento iniziale di quel dissapore cardinalizio circa il divieto degli anticoncezionali, che poi portò all’aperta ribellione a Paolo VI. La protesta si accese pubblicamente, ma già covava sotto le ceneri. Bisogna affacciarsi dietro le quinte del Concilio Vaticano II e lì scoprire gli inizi dei malumori. Due figure chiavi in tutto ciò: il Cardinale Leo Joseph Suenens, primate del Belgio e lo Schema XIII che poi divenne la Costituzione pastorale Gaudium et spes.
Suenens si definisce nelle sue «Mémoires» sul Concilio Vaticano II (un testo di 69 pagine dettato dal Cardinale belga immediatamente dopo il Concilio, contenente i suoi ricordi personali e che costituisce i documenti 2784 e 2785 dell’“Archivio Suenens”) padre e iniziatore della Gaudium et spes. Scrive così: «Le schéma XIII, dont je suis le père, l’initiateur», sebbene non ne fosse «extrêmement enthousiaste» per il fatto che Paolo VI aveva inviato alla Commissione mista, il 23 novembre 1965, quattro modiche riaffermavano la dottrina classica della Chiesa sul matrimonio da inserire ai paragrafi 51, 54 e 55 del testo redigendo.Questi modi tra l’altro riguardavano il chiarimento della posizione della Chiesa sui metodi anticoncezionali, rifacendosi al magistero di Casti Connubi, che il Papa voleva si citasse esplicitamente. C’è da notare che prima di ciò, Paolo VI aveva chiesto a Suenens un testo per una possibile dichiarazione in linea con l’apertura agli anticoncezionali favorita dal primate belga (cf. Fondo Suenens 2503). La reazione di Suenens al vedersi negata quella dichiarazione fu molto dura. Voleva lanciare una campagna tra i Padri conciliari per votare contro il nuovo testo. Soltanto quando fu rassicurato da Mons. Prignon che Mons. Heuschen e il prof. Heylen avevano reso quei modi inoffensivi, e che la questione dei birth controlrestava in sospeso nel testo conciliare, allora Suenens accettò di votare placet.
La ragione per la quale Suenens era favorevole allo Schema XIII era la speranza di vedere modificata la posizione della Chiesa sui metodi contraccettivi nel capitolo De matrimonio.
Il 7 maggio 1964, egli lancia un baillon d’essaiin occasione di una conferenza stampa a Boston, dove dichiara: «La ricerca medica si sta avvicinando alla scoperta di una pillola che semplificherà alle coppie sposate il pianificare le loro famiglie senza violare gli insegnamenti della Chiesa». Come testimonia Werner Wan Laer, fu proprio grazie al Card. Suenens che il capitolo sul matrimonio in Gaudium et spesresta uno dei testi più aperti del Vaticano II.
Di più, Suenens, costituito da Paolo VI moderatore del Concilio insieme ad altri 3 Cardinali (Agagianian, Döpfner e Lercaro), era riuscito a introdurre in aula quattro quesiti concernenti la sacramentalità e la collegialità dell’episcopato e la reintroduzione del diaconato permanente. Senza l’appoggio di Paolo VI, che in verità fu molto esitante, e contro il volere di Ottaviani e del segretario del Concilio, Pericle Felici, i Moderatori e Suenens in particolare proposero ai Padri una “votazione orientativa” sui quattro quesiti, prevista per il 17 ottobre 1963, ma pubblicizzata con anticipo da «L’Avvenire d’Italia». Paolo VI rinviò la votazione e ordinò di bruciare le 3000 schede stampate su ordine del Card. Lercaro. Fu allora che la lunga e ben consolidata amicizia tra il Cardinale belga e Papa Montini cominciò ad incrinarsi; al punto che Suenens rimprovererà a Paolo VI di non aver agito in maniera collegiale nella pubblicazione delle sue encicliche Sacerdotalis caelibatus (1967) e Humanae vitae (1968).
Paolo VI non voleva che in Concilio si menzionasse la questione dei contraccettivi. Suenens racconta nelle sue «Mémoires» che il Card. Agagianian, il quale in quel momento presiedeva, aveva preparato un testo in cui avrebbe detto ai Padri di non trattare quell’argomento. Suenens invece non era d’accordo e modificò quel testo in questo modo: «Tratteremo quest’argomento, ma unicamente in riferimento ai primi principi, senza entrare nei dettagli». Paolo VI si adirò con Suenens e, come riferito da questi, gli disse che in tal modo aveva perso credibilità in Concilio presso i vescovi. Tuttavia Suenens rimase orgoglioso di quel gesto. Anche un suo collaboratore, il Rettore del Collegio Belga, p. Aeber Prignon (1919-2000), gli disse: «Voi avete aperto l’avvenire». E difatti si trattò proprio di questo: di aver aperto un triste avvenire, carico di problemi per il mondo e soprattutto per la Santa Chiesa.
Suenens poteva far affidamento sul testo di Gaudium et spes, dal tenore ottimista e con maglie abbastanza ampie, per le successive ermeneutiche a lui consone. Ma dello Schema XIII (prima XVII) che poi divenne Gaudium et spesnon era fiero neppure il p. Henri de Lubac. Non per la medesima convinzione di Suenens, ma per il fatto che, lanciato con un’intenzione troppo pubblicitaria, a giudizio del gesuita francese, «il risultato era mediocre. Nessuna coerenza dottrinale e, più ancora, nessun vigore cristiano. Molti vescovi lo vedono, lo dicono in privato e in pubblico; ma nessun mezzo per rimediarvi pienamente; è troppo tardi». Quello che era più grave, a giudizio di un altro critico di Gaudium et spes, Mons. Blanchet, era il fatto che, come aveva sottolineato molto bene il Card. Siri, si riscontrava «un eccesso di ottimismo, nessuna allusione a ciò che tuttavia è uno dei caratteri del nostro tempo: la diminuzione del senso del peccato».
Suenens invocava la collegialità, tema fortemente dibattuto in Concilio e favorito dalle “aperture” del Card. Parente alle istanze dei collegiali, ma per la quale bisognerà correre ai ripari con la Nota praevia apposta a Lumen gentium. Collegialità però già assente, a giudizio di Suenens, nella scelta di campo di Humanae vitae. D’altronde era sua convinzione che le maglie di Gaudium et spesfossero abbastanza larghe per permettere un futuro pronunciamento magisteriale a favore dei mezzi anticoncezionali. Così non fu e di qui la sua ribellione al magistero di Paolo VI, che senza dubbio rivestì anche un valore simbolico: mostrò fino a che punto potesse spingersi il divorzio tra le proprie idee e il perenne magistero della Chiesa. Con effetti, senza dubbio, sull’attuale situazione.
Da tutto ciò è bene trarre un elemento di valutazione. La confusione e ribellioni post-conciliari ad Humanae vitaesono legate – sebbene indirettamente – all’incertezza magisteriale del Concilio Vaticano II, specialmente in Gaudium et spes. Non si può semplicemente attribuire la colpa alle ermeneutiche contrastanti nate nella fase ricettiva del Concilio. Fu il Concilio stesso con la sua indeterminatezza dottrinale su vari punti a porre il problema ermeneutico. E furono dapprima i Padri a vedersi, spesso con i loro teologi, dinanzi a tale problema. Un esempio tra tutti: si assiste a un Paolo VI da un lato e alla Commissione teologica dall’altro che disputano circa il valore costitutivo della Tradizione apostolica. Paolo VI lo riafferma con il Magistero precedente, i periti e i Padri della maggioranza lo tralasciano per motivi ecumenici. Di fatti “vincono” questi ultimi.

Che il problema dell’opposizione ad Humanae vitaesia da ricondurre in ultima istanza a Gaudium et spesrisulta anche dal tentativo di riannodare Amoris laetitiaalla Costituzione pastorale del Vaticano II in modo da superare l’enciclica di Paolo VI sulla vita con una riappropriazione del magistero conciliare sull’amore dei coniugi e nella famiglia, introducendo una presunta “dignità della persona” nella valutazione morale dei metodi di regolazione delle nascite (cf. AL 82) e giustificando de facto il rapporto coniugale more uxorio.
Accanto a questo c’è anche un altro fattore da considerare. Il sinodo dei vescovi sotto Francesco ha ora conosciuto un nuovo statusin cui le istanze da discutere vengono perfino poste dall’uomo, dal popolo, dai giovani. La Chiesa “ascolta” e non più insegna. L’insegnamento sinodale se approvato dal Sommo Pontefice verrà a far parte del suo magistero ordinario, segno tangibile di un’idea di “Chiesa dal basso”, di un magistero in fiericome un cantiere sempre aperto (o un “ospedale da campo” dove solo si fasciano ferite) e di una sovrapposizione di ruoli tra laici e sacerdozio ministeriale. Questo nuovo “paradigma sinodale” è una via per riagganciarsi alla collegialità conciliare bloccata dalla Nota praevia, ma invocata fortemente da Suenens con una visione preponderante di Chiesa che si fa strada facendo con il consenso (collegiale) della maggioranza? Se così fosse, allora, mentre da un lato il Vaticano II assurgerebbe ancora una volta a paradigma conciliare, dall’altro verrebbe anche usato per una nuova forma di opposizione nella Chiesa al suo magistero perenne. Un concilio contro la Chiesa! La rottura magisteriale e il suo nuovo inizio è il migliore anestetizzante delle coscienze. Serve ad esorcizzare i fantasmi di una morale cupa e proibitiva. Tutto ciò confermerebbe comunque che la radice ultima della crisi morale odierna dovrebbe essere ricercata nel tentativo ultimo di sovvertire la retta dottrina in nome della pluralità conciliare. Un’ermeneutica senza fine, però, non risolve nessun problema. Anzi ne suscita di nuovi e per di più molto gravi.<