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I Magi guidati dalla stella trovarono il nato Re, il vero Re. Di che natura era quella stella? Molti esegeti si orientano per un racconto più simbolico con agganci a una letteratura pre-matteana derivante da episodi vetero-testamentari, quali Giuseppe in Egitto e la nascita di Mosè, uniti dalla profezia di Balam (cf. Nm 24,17). Pur non mettendo direttamente in discussione la storicità della visita dei Magi, in tal modo, l’elemento storico sfuma a favore di un racconto letterario pilotato dall’agiografo. Possiamo fare una lettera diversa da cui risulti la storicità dell’evento e ad un tempo l’attualizzazione di una figura e di un simbolo già presenti nell’Antica Alleanza? È necessario considerare l’elemento mariano. I Magi «videro il Bambino con Maria sua Madre» (Lc 2,11).

La festa della Circoncisione di Nostro Signore (celebrata nel Rito antico) rivela in modo iniziale il mistero della Redenzione di Cristo, il suo sangue già versato per noi e non solo per adempire una prescrizione rituale. Così si lumeggia pure e inizialmente il mistero della Corredenzione di Maria, il suo offrire quel Sangue per la nostra salvezza. Il tutto avvolto da un aurea sovrana e celeste: il mistero della perpetua Verginità di Maria, messo così bene in rilievo dalla liturgia della Circoncisione, compimento dell’Ottava di Natale. Il parto verginale di Maria, senza lesioni né perdite di sangue, è la garanzia che quel Figlio è Dio e che è venuto per la nostra salvezza. Maria offre il sangue del suo Cuore e della sua anima nel parto doloroso di ognuno di noi ai piedi della Croce. La verginità di Maria pertanto è la condizione necessaria per custodire il mistero della Redenzione: è il suo grembo materno. La verginità di Maria è condizione necessaria per custodire la fede.

Per approfondire: Serafino M. Lanzetta, Semper Virgo. La verginità di Maria come forma, Casa Mariana Editrice 2019: https://www.amazon.it/Semper-virgo-ve….

Mettiamoci all’ascolto del Santo Natale e scopriamo il suo vero significato: Cristo che nasce per noi. Ascoltiamo il vagito del Bimbo di Betlemme che è venuto per noi. Lasciamoci sorprendere dall’umiltà e della prontezza dei pastori nel rispondere al divino appello. Corriamo anche noi a Betlemme. Ma forse non ne siamo più capaci. Non è forse vero che ci riteniamo adulti ma negando la verità dell’inizio della vita (e della sua fine naturale)? Essere adulti senza passare attraverso la verità della fanciullezza è una menzogna. Il Natale ci redime da questa bugia della vita. È un tempo di grazia per rinascere anche noi e imparare a vivere veramente, per sempre.

«I peccati della carne non sono i più gravi» ha detto papa Francesco ai giornalisti sul volo di ritorno dal suo recente viaggio in Grecia, commentando l’accettazione delle dimissioni del Vescovo di Parigi. Si tratta di qualcosa che il papa ha espresso già in altre occasioni. È vero che ci sono peccati più gravi dell’impurità. Si pensi ad esempio alla bestemmia o all’apostasia. Però, a parte il fatto che ogni peccato mortale, in sé stesso, più o meno grave rispetto ad altri, è causa di eterna dannazione, in ogni caso, il peccato impuro è quello più comune e per giunta quello che manda più anime all’inferno. “L’angelicità” come dice Francesco è più nefasta, vero. Ma è proprio l’impurità che sempre la presuppone; anzi è il suo più riuscito manifesto di tutti i tempi.

Guardando all’Immacolata Concezione, solennità che si approssima, possiamo riflettere meglio sulla verità del peccato originale, da cui Ella è stata preservata per una grazia speciale. G.K. Chesterton dice che certi nuovi teologi disputano sul peccato originale, eppure è l’unica parte della teologia cristiana che può essere veramente provata! Alcuni negano il peccato, che in realtà può essere visto anche tra le nostre strade. I santi più forti e i più forti scettici, in modo simile, prendono il male positivo quale punto di partenza del loro argomentare. Dovremmo, perciò, fare un’apologia del peccato originale perché anche gli scettici e gli atei si accorgano di Dio. Ma soprattutto dovremmo ammirare l’Immacolata per ritrovare la via che ci riporta a Lui.

È partito il lavoro sinodale non solo per capire cos’è un sinodo ma soprattutto per farlo, o meglio per fare la Chiesa attraverso il Sinodo, dal momento che – si cita spesso il detto di San Giovanni Crisostomo – Chiesa e Sinodo sono sinonimi. Un processo dal basso, che coinvolge tutti, perché tutti abbiano una consapevolezza: il Sinodo è incamminarsi non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale, come vuole Papa Francesco. Una Chiesa che impara ad essere se stessa facendo il Sinodo così che diventi un Sinodo permanente. Cosa implica tutto ciò? Che siamo noi che facciamo la Chiesa, che la facciamo nel processo del fare. Non un’altra Chiesa, certo, ma una Chiesa diversa. Diversa da come l’ha fatta Gesù?

Con la fede sottomettiamo l’intelligenza e la volontà a Dio. Crediamo con l’ausilio della ragione e dell’amore, scorgendo la presenza di Dio anche in mezzo a difficoltà e calamità varie. Più gli eventi contribuiscono a oscurare la presenza di Dio più dovremmo credere con una “fede pura”, scevra di sentimentalismi e di considerazioni carnali. Come la Vergine Maria che dal Calvario al Golgotha rimase unita a un Dio che tutti gli altri facevano fatica a riconoscere. Cosa succede invece oggi? Sappiamo riconoscere la presenza di Dio tra gli eventi difficili e umanamente così confusi come la presente epidemia? Dimenticando Dio tutto si risolve in un mero problema sanitario. Proprio qui il castigo divino sulle nostre intelligenze sempre più confuse?

Gesù è Re per diritto di nascita e per diritto acquisito, in virtù della sua Passione e Morte. È Re in quanto vero Dio e vero Uomo. Nulla sfugge alla sua regalità. Essa abbraccia tutto ciò che è materiale e tutto ciò che è spirituale. Ogni ambito del sapere, ogni dimensione dell’umano: la politica, la scienza, l’economia, la vita di ogni giorno, gli affari. Tutto è subordinato a Lui. Egli ha il primato in tutte le cose. Eppure, quando nella liturgia traduciamo la sua regalità universale con una regalità sull’universo – Cristo Re dell’universo – non stiamo forse restringendo l’ambito del suo impero? Infatti, non si parla più della regalità sociale, politica, culturale di Cristo, ma esclusivamente della sua regalità spirituale, invisibile, privata, che riguarda il cuore dei cristiani. Di qui molti problemi che ci affliggono come credenti.

I catari erano una setta di eretici medievali che a partire dall’XI secolo si diffuse soprattutto nel sud della Francia e nel nord Italia. Con radici manichee, postulavano due divinità all’origine del mondo: il dio buono e quello cattivo, ideatori chi dell’anima spirituale dell’uomo e chi del corpo. Nell’uomo vi era una divisione fondamentale risolvibile solo con una dura ascesi, la quale, tra le altre cose, prevedeva una continenza assoluta fino a condannare il matrimonio, più esecrando del libertinaggio. Seguivano un ferreo regime vegetariano nel cibo. Erano anche docetisti: consideravano l’umanità di Gesù mera apparenza, per cui la redenzione era un modo per spiritualizzarsi e innalzarsi in modo gnostico sopra gli altri. Condannavano anche la proprietà privata e la repressione dei delitti da parte dello Stato, tra cui la condanna alle pena di morte. La Madonna, ci dice il B. Alano della Rupe, consegnò a San Domenico di Guzman la missione di sconfiggere gli eretici con un’arma tutta particolare e non violenta: la recita del S. Rosario. Perché proprio il Rosario? Un esempio anche per i nostri giorni.

Con l’enciclica Laudato sì di Papa Francesco è invalso un modo ormai costante di riferirsi alla terra (casa comune) usando l’appellativo “madre”. Ciò perché San Francesco d’Assisi nel suo Cantico di Frate Sole loda il suo Signore anche «per sora nostra matre Terra». Si sente sovente che l’impegno ecologico integrale del cristiano è “prendersi cura della madre terra”, con una differenza sostanziale rispetto a ciò che diceva San Francesco. Infatti, mentre il Poverello d’Assisi loda il Signore per tutte le sue creature, definite indistintamente e rispettosamente “fratello, sorella o madre”, ora invece ci si riferisce alla terra quale mero elemento naturale, che può unire tutti gli uomini di buona volontà rendendoli fratelli in un impegno comune a-religioso, senza più un chiaro riferimento al «mi Signore». San Francesco prenderebbe le distanze da questa teoria ecologica paganeggiante.
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