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Faith and love

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Dopo una catechesi di Papa Francesco dedicata alla Legge di Mosè (11 agosto 2021), in cui, tra l’altro, il Papa diceva giustamente che «la Legge… non dà la vita, non offre il compimento della promessa, perché non è nella condizione di poterla realizzare», il Rabbino Rasson Arussi, Presidente della Commissione per gli Affari Interreligiosi del Gran Rabbinato di Israele, ha inviato una lettera al Papa chiedendo un chiarimento circa le sue espressioni, risultanti offensive al mondo ebraico. Cioè si considerava la Legge di Mosè obsoleta e si ritornava alla “dottrina del disprezzo” dei giudei. Il Card. Kurt Koch ha risposto a nome del Papa, ma complicando il problema. Il Papa, a suo dire, non aveva insegnato che «la Torah è sminuita o non più riconosciuta quale “via di salvezza per i giudei”». Sic! Ecco la toppa che strappa tutto il vestito. C’è dunque una via di salvezza per i giudei alternativa a Cristo? Ci sono due alleanze che si escludono a vicenda? Assurdo! Pur di coltivare rapporti di buon vicinato si omette di dire la Verità! Tuttavia, c’è un altro problema a monte e risiede nella dialettica tra legge e comandamenti posta da Francesco, che preparava la sua catechesi successiva secondo cui questi ultimi non sono assoluti!

La Vergine Maria che ha dato alla luce Gesù, «ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» (dal Canone Romano) e ha partecipato all’immolazione del Figlio sul Calvario, «soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrificio, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata» (LG 58), deve essere pure presente in ogni celebrazione del Santo Sacrificio della Messa. Siccome la Messa è la ripresentazione del sacrificio del Calvario, in essa viene ripresentato anche l’atto oblativo che Maria fece del Figlio e di sé stessa in unione con Lui sul Golgota. Di conseguenza, anche la presenza materna di Maria ai piedi della Croce ritorna in modo mistico ai piedi di ogni altare. Tutto ciò ha una notevole incidenza nella vita spirituale del cristiano. Scoprire tale presenza significa iniziare a vivere il mistero della Messa ed essere ciò che Maria fu per Gesù.

Papa Francesco, esaminando la dialettica tra Legge (Torah) e fede in Cristo, ha concluso la sua ultima catechesi del mercoledì chiedendosi: «…disprezzo i Comandamenti? No. Li osservo, ma non come assoluti, perché so che quello che mi giustifica è Gesù Cristo». Questo insegnamento letto nel suo contesto non può che lasciare attoniti e smarriti. Se il Decalogo non è più assoluto, se cioè inizia a dipendere dal contesto storico e dalla nostra interpretazione, significa che è relativizzato e così l’agire morale è svuotato del suo contenuto. Francesco arriva a questa conclusione perché difatti identifica il Decalogo con la Legge, che è un pedagogo che ci ha condotto a Cristo. Il Decalogo, però, legge naturale prima ancora di essere cuore dell’Alleanza veterotestamentaria, fa sì parte della Legge (Torah) ma non l’esaurisce; quest’ultima è più ampia e contiene anche norme cultuali, sociali e alimentari. La fede ci libera da queste prescrizioni ma non dai Dieci Comandamenti che San Paolo, come già Nostro Signore, riassume nel comandamento più grande: la carità (cf. Gal 5,14 e Mc 12,28-31).

Quando Benedetto XVI nel 2007 stabilì che la Messa in rito antico potesse essere celebrata da tutti i sacerdoti senza alcun permesso, giustificò tale decisione dicendo che ciò che era sacro e grande ieri non può essere proibito o giudicato improvvisamente dannoso oggi. Papa Francesco, invece, con il nuovo Motu proprio “Traditionis Custodes” ha detto difatti che la Messa antica è dannosa e da limitare drasticamente nell’uso, fino ad auspicare la sua possibile sparizione. Questa decisione oltre che ad essere conflittuale nel suo interno: ad es., perché essere autorizzati a celebrare secondo un Messale che non è espressione della Lex orandi?, riapre ferite non rimarginate e pone dei problemi fondamentali. Eccone alcuni: — Una rottura del Vaticano II con i concili e il magistero precedente; — Che cos’è la Tradizione apostolica di cui i vescovi sono i custodi? Ora sembrano piuttosto i soldati; — Si acuisce lo scontro tra due Messali (che non sono la stessa cosa): quello del 1962 e quello del 1970 e con ciò la divisione nella Chiesa, ma non si risolve il problema; — Quale il futuro del Cattolicesimo?

Il Signore Gesù ci ha detto di non giudicare per non essere giudicati (Mt 7,1). Cioè non dobbiamo pretendere di sapere di una persona ciò che non appare ma che rimane nascosto. Solo Dio conosce il cuore e perciò può giudicare. Ma da qui dire che non si può giudicare ciò che è manifesto e probabilmente immorale significa semplicemente utilizzare una parola di Gesù per giustificare il peccato. Con la scusa dell’amore e del rispetto della persona si è costretti ad accettare ogni comportamento, anche quando contrario alla legge di Dio. Tipo in materia di omosessualismo, così imperante ai nostri giorni.

Il grande Sant’Alfonso de Liguori nelle sue Visite al SS. Sacramento e a Maria SS. ci ha insegnato a fare la Comunione spirituale, invocando Gesù Eucaristico perché venga nel nostro cuore quando non possiamo riceverlo sacramentalmente. La Comunione spirituale non è stata però mai intesa dal Santo napoletano come un’alternativa al Sacramento, ma piuttosto come un prolungamento spirituale in noi dei suoi effetti e come frutto più prezioso della visita eucaristica. Le condizioni richieste per farla veramente sono le medesime di quelle necessarie per ricevere l’Eucaristia.

by Fr Serafino M. Lanzetta

“Love one another; just as I have loved you, you also must love one another.” (John 13:34)

This teaching of the Holy Gospel focuses on the importance of love. This is the new commandment given by Christ before entering into His Passion and Death – a commandment that sums up all others, not superseding them, but bringing all of them (including the Ten Commandments) to their completion. Jesus in fact did not come to abolish the law but to fulfill it.

The love we show towards other people – to our brethren in faith first, and then all others – is the way by which we are known as disciples of the Lord. In fact, we can never love God if we do not love our neighbour. St John, in his first Epistle, says thus: “If any man say: I love God, and hateth his brother; he is a liar. For he that loveth not his brother whom he seeth, how can he love God whom he seeth not?” (1 John 4:16) Love towards God must then be visible – concrete – in our every interaction with other people.

However, it is also true that if we do not love God, our love for one another will never be a proper act of charity – will never be a perfect, that is, self-giving love. Love needs a measure; it cannot be the measure of itself. It can never be itself the reason why we love; the reason must be discovered elsewhere – behind it – otherwise we always run the risk of loving as we wish, as we understand love. We need a measure by which to love, and that measure is God, because God is love.

It is therefore opportune to reflect on the nature of love. Love is a great word, but today it is much misused, especially when it is put against moral law (both natural and positive), for the fact that love would have no law. Hence freedom becomes an antagonist of the law. What is then love? It is a relation between two persons, and has its foundation in our will. In order to love, we have to will. When our will – that is, our soul – is not loving wholeheartedly and with no other interest than to love for its own sake, that relation is faulty; it is selfish.

We can distinguish three levels of love. First, there is the lowest one: eros, according to the Greeks. Eros is a love that is more inclined to self-satisfaction. It is to love another for the sake of oneself. Love, in this sense, is something I do for me, to please myself. Second, there is the love of friendship: filia. This is about loving another person for the sake of that person. In true friendship, there is no selfishness. This form of love, although more perfect, is not the one Jesus is asking of us when He instructs us to love each other. We must strive to attain the third level of love: agape. Agape is a love of communion – a sharing of one’s life with another person, to the point of even giving it up for the sake of that person. “God is agape.” (1John 4:16) The new commandment of Christ is right about this request of love. It is a communion. In agape there is no selfishness, nor even the simple consideration that my neighbour is a person worthy to be loved; rather, it is a truly unconditional love, the offer of a divine measure – the love of Christ for us unto the end. What is this end?

So we understand why Jesus adds to His commandment a second part: “…as I have loved you, you also must love one another.” In Christ we have the model of love – how to love – and also its definitive truth. “As I have loved you” is now the imperative for all Christians to conform their lives to this love. How did Jesus love us? We should again make reference to the Gospel of St John to find out. In the same chapter, at the beginning, we find these words: “…having loved his own who were in the world, he loved them unto the end.” (John 13:1) This end is the Cross. Let us remember that Jesus is pronouncing these teachings before His Passover. While nailed to the Cross, stretching wide His arms as to embrace mankind, Jesus said, “It is finished” – “It is consummated,” (John 19:30) and breathed His last.

The sacrifice of the Cross was thereby accomplished. The love of Christ unto the end is therefore a reference to the completion of the sacrifice of the Cross. Jesus, our divine Lamb who takes away the sin of the world, was slain, was immolated. In His death, we have been saved. Dear brothers and sisters, this is to love – to die for the sake of another. Jesus died for us. Are we able to die to ourselves in order to love as Jesus did, and give our life to another as an exchange of divine charity? Christian love is not a social work, or mere human compassion. It is giving ourselves to another person as Christ did for us, and for the sake of His love for us.

Love requires sacrifice up to the Cross. Love, if it is not sacrificial, might easily become another way to merely display our skills, our philanthropy. We not only give to others part of our time, our money, or share with them our food – we give them our hearts. We not only help a person in need – we see in that person Jesus Christ, our divine Saviour. Love needs God; conversely, God wishes to be loved in a free exchange of love for love.

“Love unto the end” is finally also the manifestation of the Holy Eucharist as the sacrifice of the Cross unto death. Christ loved us to such an extent that He immolated His life for us. Again, in the Gospel of St John, the beloved disciple of the Lord, we read: “Greater love than this no man hath, that a man lay down his life for his friends.” (John 15:13)

In the Blessed Sacrament of Jesus’ Body and Blood, we have the infinite love of God, but abased. God became man and died for us, so as to be ground in His death as the grain of wheat fallen to the earth (cf. John 12:24) in order to become bread – the Bread of Life. If we do not adore the Holy Eucharist, we have no strength to serve the poor and the most in need with unconditional – divine – love. Love can never put the sacraments aside and say: Better to do something than waste my time in worship and prayer! Let us always begin with adoration of the Blessed Sacrament, so as to love in truth, according to that divine measure – a love with no measure, that is eternal, and which transforms us from egocentric persons into Christ-centered faithful. So may we love with enduring charity. Amen.