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La festa della Circoncisione di Nostro Signore (celebrata nel Rito antico) rivela in modo iniziale il mistero della Redenzione di Cristo, il suo sangue già versato per noi e non solo per adempire una prescrizione rituale. Così si lumeggia pure e inizialmente il mistero della Corredenzione di Maria, il suo offrire quel Sangue per la nostra salvezza. Il tutto avvolto da un aurea sovrana e celeste: il mistero della perpetua Verginità di Maria, messo così bene in rilievo dalla liturgia della Circoncisione, compimento dell’Ottava di Natale. Il parto verginale di Maria, senza lesioni né perdite di sangue, è la garanzia che quel Figlio è Dio e che è venuto per la nostra salvezza. Maria offre il sangue del suo Cuore e della sua anima nel parto doloroso di ognuno di noi ai piedi della Croce. La verginità di Maria pertanto è la condizione necessaria per custodire il mistero della Redenzione: è il suo grembo materno. La verginità di Maria è condizione necessaria per custodire la fede.

Per approfondire: Serafino M. Lanzetta, Semper Virgo. La verginità di Maria come forma, Casa Mariana Editrice 2019: https://www.amazon.it/Semper-virgo-ve….

Mettiamoci all’ascolto del Santo Natale e scopriamo il suo vero significato: Cristo che nasce per noi. Ascoltiamo il vagito del Bimbo di Betlemme che è venuto per noi. Lasciamoci sorprendere dall’umiltà e della prontezza dei pastori nel rispondere al divino appello. Corriamo anche noi a Betlemme. Ma forse non ne siamo più capaci. Non è forse vero che ci riteniamo adulti ma negando la verità dell’inizio della vita (e della sua fine naturale)? Essere adulti senza passare attraverso la verità della fanciullezza è una menzogna. Il Natale ci redime da questa bugia della vita. È un tempo di grazia per rinascere anche noi e imparare a vivere veramente, per sempre.

«I peccati della carne non sono i più gravi» ha detto papa Francesco ai giornalisti sul volo di ritorno dal suo recente viaggio in Grecia, commentando l’accettazione delle dimissioni del Vescovo di Parigi. Si tratta di qualcosa che il papa ha espresso già in altre occasioni. È vero che ci sono peccati più gravi dell’impurità. Si pensi ad esempio alla bestemmia o all’apostasia. Però, a parte il fatto che ogni peccato mortale, in sé stesso, più o meno grave rispetto ad altri, è causa di eterna dannazione, in ogni caso, il peccato impuro è quello più comune e per giunta quello che manda più anime all’inferno. “L’angelicità” come dice Francesco è più nefasta, vero. Ma è proprio l’impurità che sempre la presuppone; anzi è il suo più riuscito manifesto di tutti i tempi.

Guardando all’Immacolata Concezione, solennità che si approssima, possiamo riflettere meglio sulla verità del peccato originale, da cui Ella è stata preservata per una grazia speciale. G.K. Chesterton dice che certi nuovi teologi disputano sul peccato originale, eppure è l’unica parte della teologia cristiana che può essere veramente provata! Alcuni negano il peccato, che in realtà può essere visto anche tra le nostre strade. I santi più forti e i più forti scettici, in modo simile, prendono il male positivo quale punto di partenza del loro argomentare. Dovremmo, perciò, fare un’apologia del peccato originale perché anche gli scettici e gli atei si accorgano di Dio. Ma soprattutto dovremmo ammirare l’Immacolata per ritrovare la via che ci riporta a Lui.

È partito il lavoro sinodale non solo per capire cos’è un sinodo ma soprattutto per farlo, o meglio per fare la Chiesa attraverso il Sinodo, dal momento che – si cita spesso il detto di San Giovanni Crisostomo – Chiesa e Sinodo sono sinonimi. Un processo dal basso, che coinvolge tutti, perché tutti abbiano una consapevolezza: il Sinodo è incamminarsi non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale, come vuole Papa Francesco. Una Chiesa che impara ad essere se stessa facendo il Sinodo così che diventi un Sinodo permanente. Cosa implica tutto ciò? Che siamo noi che facciamo la Chiesa, che la facciamo nel processo del fare. Non un’altra Chiesa, certo, ma una Chiesa diversa. Diversa da come l’ha fatta Gesù?

San Pio da Pietrelcina, uno dei santi più affascinanti per la mole di carismi ricevuti, è stato anche uno dei più perseguitati nella Chiesa. Negli anni ‘20 del secolo scorso, due anni dopo le stigmate, inizia il suo Calvario. Il Padre Gemelli aprirà le danze. Si succederanno ben 70 visite apostoliche con altrettanti decreti di condanna emessi dal S. Uffizio. Le accuse erano le più clamorose, ma sempre le stesse: un uomo immorale, finto povero per le offerte che riceveva da tutto il mondo e uno psicopatico con delle stigmate causate dal suo autolesionismo. P. Pio oggi è acclamato come uno dei più grandi santi. Perché questo accanimento contro un uomo fragile e sempre obbediente? C’è una sola risposta: P. Pio era stato scelto per una missione speciale, di cui il suo stesso direttore spirituale, p. Benedetto da San Marco in Lamis, lo renderà edotto: essere “corredentore” a favore della Chiesa, salvare la Sposa di Cristo in un momento drammatico della sua storia.

Dopo una catechesi di Papa Francesco dedicata alla Legge di Mosè (11 agosto 2021), in cui, tra l’altro, il Papa diceva giustamente che «la Legge… non dà la vita, non offre il compimento della promessa, perché non è nella condizione di poterla realizzare», il Rabbino Rasson Arussi, Presidente della Commissione per gli Affari Interreligiosi del Gran Rabbinato di Israele, ha inviato una lettera al Papa chiedendo un chiarimento circa le sue espressioni, risultanti offensive al mondo ebraico. Cioè si considerava la Legge di Mosè obsoleta e si ritornava alla “dottrina del disprezzo” dei giudei. Il Card. Kurt Koch ha risposto a nome del Papa, ma complicando il problema. Il Papa, a suo dire, non aveva insegnato che «la Torah è sminuita o non più riconosciuta quale “via di salvezza per i giudei”». Sic! Ecco la toppa che strappa tutto il vestito. C’è dunque una via di salvezza per i giudei alternativa a Cristo? Ci sono due alleanze che si escludono a vicenda? Assurdo! Pur di coltivare rapporti di buon vicinato si omette di dire la Verità! Tuttavia, c’è un altro problema a monte e risiede nella dialettica tra legge e comandamenti posta da Francesco, che preparava la sua catechesi successiva secondo cui questi ultimi non sono assoluti!

La Vergine Maria che ha dato alla luce Gesù, «ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» (dal Canone Romano) e ha partecipato all’immolazione del Figlio sul Calvario, «soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrificio, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata» (LG 58), deve essere pure presente in ogni celebrazione del Santo Sacrificio della Messa. Siccome la Messa è la ripresentazione del sacrificio del Calvario, in essa viene ripresentato anche l’atto oblativo che Maria fece del Figlio e di sé stessa in unione con Lui sul Golgota. Di conseguenza, anche la presenza materna di Maria ai piedi della Croce ritorna in modo mistico ai piedi di ogni altare. Tutto ciò ha una notevole incidenza nella vita spirituale del cristiano. Scoprire tale presenza significa iniziare a vivere il mistero della Messa ed essere ciò che Maria fu per Gesù.

La libertà è da sempre il vessillo dell’uomo. La si concepisce come giustificazione di tutte le sue scelte, indipendentemente dal fine e dalla legge, o perfino la si nega, riducendola a mera apparenza. Scrivendo ai Galati (cap. 5), San Paolo ci presenta la “vera libertà”: quella che ci è stata donata da Cristo, dall’essere resi giusti in Lui senza aver più bisogno di ricorrere alla Legge o di trovare in essa la salvezza. Che significa? È facile infatti vedere in ciò il manifesto della liberazione cristiana dai precetti morali. San Paolo in realtà insegna che ciò che conta è la fede che opera per mezzo della carità, a patto di non lasciarsi imporre di nuovo il giogo della schiavitù, vivendo secondo la carne.

Papa Francesco, esaminando la dialettica tra Legge (Torah) e fede in Cristo, ha concluso la sua ultima catechesi del mercoledì chiedendosi: «…disprezzo i Comandamenti? No. Li osservo, ma non come assoluti, perché so che quello che mi giustifica è Gesù Cristo». Questo insegnamento letto nel suo contesto non può che lasciare attoniti e smarriti. Se il Decalogo non è più assoluto, se cioè inizia a dipendere dal contesto storico e dalla nostra interpretazione, significa che è relativizzato e così l’agire morale è svuotato del suo contenuto. Francesco arriva a questa conclusione perché difatti identifica il Decalogo con la Legge, che è un pedagogo che ci ha condotto a Cristo. Il Decalogo, però, legge naturale prima ancora di essere cuore dell’Alleanza veterotestamentaria, fa sì parte della Legge (Torah) ma non l’esaurisce; quest’ultima è più ampia e contiene anche norme cultuali, sociali e alimentari. La fede ci libera da queste prescrizioni ma non dai Dieci Comandamenti che San Paolo, come già Nostro Signore, riassume nel comandamento più grande: la carità (cf. Gal 5,14 e Mc 12,28-31).