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Merito e dignità nella Teologia cattolica, nella sua continuità e nel suo approfondimento

di P. Serafino M. Lanzetta    Anno XIII. 1-2018         sez. Theologica       p. 135-153

La dignità umana è sicuramente alla base di ogni discorso sull’uomo e sulla natura umana. Non si potrebbe far riferimento alla persona senza partire dal presupposto che essa è inviolabile, mai strumentabile per altri fini e ciò in ragione della sua dignità. Precisamente, la dignità di persona va riconosciuta ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale. Questo è quanto insegna il più recente documento ecclesiale su alcune questioni di bioetica[1], in cui uno dei punti fondamentali è questo: l’embrione, sin dal primo istante della sua esistenza, ha la dignità di persona[2]

Si corre però spesso il rischio di pensare alla dignità umana o di definirla quale attributo essenziale che competerebbe all’uomo in quanto uomo. In realtà, “dignità” è una perfezione morale della natura umana e non una sua proprietà essenziale. La parola latina dignitas è sinonimo di honestas, di condizione onorabile e infine di merito[3]. Perciò, la dignità dell’uomo non è mai un requisito naturale che nasce con l’uomo “animale sociale”, ma un fine da conseguire, una perfezione morale; dignità non è l’essenza dell’uomo, ma il suo perfezionamento morale fondato sulla giustizia. Il grande Cicerone ci dà questa definizione relativa alla dignità:

«La giustizia è l’abito dell’anima conservata per utilità comune a cui dà la sua dignità»[4].

 

Infatti, nell’accezione ciceroniana, la giustizia dà a ciascuno il suo in quanto ciascuno è degno. Qui la dignitasa cui fa riferimento la giustizia è da intendersi come “merito”, “benevolenza” del beneficando. Perciò, ciò di cui ciascuno è degno, in effetti, è ciò che ciascuno merita[5]. Si vede in tal modo un filo rosso che unisce giustizia, dignità e merito. In breve, possiamo dire che la giustizia è la dignità dell’uomo in ragione dei suoi meriti. Questa riflessione iniziale ci consente di entrare nel campo propriamente teologico e così di vedere da vicino che la dignità dell’uomo è da rinvenire nel momento creativo originario, in cui Dio facendo l’uomo a sua immagine e somiglianza lo elevò ad un tempo allo stato di giustizia originale. A causa del peccato, l’uomo perse quella giustizia, perse la sua dignità, che gli verrà restituita da Cristo con la grazia santificante. L’uomo così è giustificato e perciò ricreato secondo Dio nella giustizia e nella verità. Qui la radice della sua dignità.

 

 

  1. La giustizia originale

 

Quando Dio creò l’uomo dal fango della terra non lo dotò solamente delle proprietà essenziali della natura umana, ma lo elevò contemporaneamente all’ordine soprannaturale mediante il dono della grazia santificante. In tal modo, l’uomo era destinato alla visione beatifica e possedeva anche i mezzi necessari per meritarla. Poteva perdere quella grazia, come successe in ragione della sua scelta di disobbedire a Dio; intanto però era stato arricchito di tutti i doni necessari per meritare la visione di Dio. L’uomo, prima della caduta, fu elevato allo stato di “giustizia originale”, cioè fu arricchito della grazia santificante. Si tratta di una sentenza di fede.

 

Vediamo lo sviluppo di questa dottrina anzitutto a partire dalla Sacra Scrittura. Nell’A. T. il riferimento più importante è senza dubbio il racconto della creazione dell’uomo e del suo soggiorno nell’Eden. Il fatto che Adamo ed Eva fossero nudi e non ne provassero vergogna dimostra l’integrità della natura umana prima della colpa originale e quindi depone a favore dell’assenza della concupiscenza quale inclinazione al male e al peccato (cf. Gn 2,25; 3,7.10.11). L’uomo era anche dotato di immortalità somatica. Infatti, «Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo[…]» (Sap 2,24). Adamo poi possedeva una scienza straordinaria. Impose il nome a tutti gli animali ed ebbe una conoscenza molto profonda della natura del matrimonio (cf. Gen 2,19-24). La coppia originaria fu riempita del sapere dell’intelligenza, per essi Dio creò la scienza dello spirito (cf. Sir 17,5). L’integrità della natura umana, dunque, comprende 1) l’immunità dalla concupiscenza, 2) dalla morte corporale e 3) dall’ignoranza: ciò risulta pienamente attestato dall’Antico Testamento.

 

Nel Nuovo Testamento è soprattutto in S. Paolo che la santità originaria dei progenitori è chiaramente attestata. Uno dei testi più espliciti è Efesini (4,24): «Rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera». Ciò che è importante notare in questo testo – prescindendo nel nostro discorso dal chi è “l’uomo nuovo” (Adamo o Cristo?) – è che la redenzione è intesa da S. Paolo come “ricapitolazione”, cioè come ripristino di ciò che è andato perduto. Essa è una nuova creazione o una ri-creazione delle cose nella loro originaria verità e giustizia (cf. Rom 5,12; Ef 1,10; 2Cor 5,17). Pertanto, possiamo concludere che, siccome questa nuova creazione si realizza mediante la grazia, a fortioriil primo uomo, Adamo, fu creato in grazia.

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