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La vera idea della Rivoluzione di Francia di Francesco Soave e la pubblicistica controrivoluzionaria coeva

di Claudio Meli   Anno XIV.  1-2019       sez. Commentaria       p. 175-196

FRANCESCO SOAVE

Mentre Francesco Soave pubblicava la Vera idea della Rivoluzione di Francia, un illustre contemporaneo (fra i molti che ne erano rimasti inorriditi) andava compendiando in versi la situazione venutasi a creare nel paese transalpino, con quest’efficacia:

«Vil scelleranza, a cui licenza arride,

tutto l’altrui fa suo; gli schiavi ha sciolti:

liberi, e buoni in duri ceppi ha colti;

odia i tiranni, e libertade uccide:

sospende sovra ogni non empia testa

infra scherni servili, a debil crine

la stanca scure, e di troncar non resta»[1].

E ancora:

«Ogni sei passi, un boia e una prigione;

ogni tre passi, un delator fellone;

ogni vent’ore, un sol tristo boccone;

du’ volte il giorno, un falso gazzettone;

ogni minuto, il ventre in convulsione;

sempre inibita e chiesa ed orazione»[2].

Questo per dire che l’accusa rivolta a opere come quella del Luganese, di difettare di senso storico [3], è di per sé rivelatrice di un’implicita dipendenza dal pensiero rivoluzionario, quello che giustifica massacri senza nome come momenti inevitabili del progresso storico[4]. Gli stessi storicisti d’altronde si sono compiaciuti del fatto che i princìpi dell’Ottantanove siano tornati in auge in virtù di un’operazione storiografica a posteriori[5]; viene però da interrogarsi non solo se ciò sia legittimo, ma anche su quanto l’umanità abbia in effetti guadagnato dall’importanza politica cui negli ultimi due secoli è assurta l’interpretazione della storia, se è vero che

«ogni propaganda di massa ricerca la propria evidenza dimostrando di stare dalla parte delle cose a venire. Tutta la fede delle masse si riduce alla fede nel fatto di trovarsi dalla parte giusta, mentre l’avversario si trova da quella sbagliata, poiché tempo, futuro e sviluppo lavorano contro di lui»[6].

E proprio la nuova considerazione della storia [7] ha consentito il passaggio dalla dittatura pedagogica giacobina, affrontata a suo tempo dal padre Soave, alla dittatura pedagogica marxista[8]: come l’una mirava a educare il popolo, secondo la formula «dispotismo della libertà, dogmatismo della ragione»[9], alla sua vera volontà, identificata con quella «dei più virtuosi e dei più illuminati»[10], l’altra rivendicava, attraverso la pretesa scientificità dello sviluppo dialettico della storia umana nella coscienza del rivoluzionario, il diritto alla violenza di classe. 

La traiettoria della rivoluzione nel senso della storia, poi, è lungi dall’essersi esaurita nell’esperienza dei regimi comunisti: l’analisi che ne ha fatto Augusto Del Noce dimostra come la distruzione rivoluzionaria della tradizione, incontrando lo storicismo, si sia risolta nel nichilismo della negazione per la negazione, dal momento che, da un lato, la rivoluzione non è stata capace di produrre una nuova realtà, l’orientamento progressista, dall’altro rendendo obbligata l’assiologia della novità. 

Tutto questo conduce, secondo Del Noce, a quel conservatorismo della rivoluzione che coincide col massimo dell’oppressione e col massimo della mistificazione: la volontà di liberazione universale si rovescia nella difesa dell’esistente, l’unica cosa liberata in seguito all’abbattimento dei principi metastorici (e ultimamente degli stessi limiti naturali) essendo il dominio della pura forza[11]. In verità, non c’era nessuna necessità che, nella battaglia ingaggiata dal padre Soave e dagli altri autori controrivoluzionari, alla lunga fossero i loro nemici a prevalere[12]: è di diritto scorretto porli dalla parte sbagliata della storia, se questa è il regno della libertà. 

Del resto,

«ciò che per l’uomo di epoche passate era futuro buio ed impenetrabile, chi vive tanto tempo dopo per poterlo vedere può considerarlo come uno sviluppo storico del tutto evidente e meravigliarsi quindi per la “cecità verso il futuro” degli uomini prima viventi. Il futuro di domani è, come dice giustamente Julien Freund, solo il passato di dopodomani»[13].

Ma anche sul proprio terreno la rivoluzione ha fallito, se era dal cosiddetto giudizio della storia che attendeva la conferma della propria validità.

ROMANO AMERIO

Un altro grande filosofo luganese, Romano Amerio, trattando dell’incompatibilità fra i princìpi della Rivoluzione francese e il Cattolicesimo, annovera Francesco Soave (la cui acuta opericciuola egli lamenta essere stata dannata all’Erebo) fra i critici di scuola liberale[14]. Ora, sembra difficile tracciare una linea di netta distinzione ideologica all’interno della pubblicistica controrivoluzionaria, soprattutto considerando la sua origine nelle Riflessioni sulla Rivoluzione francese di quell’Edmund Burke che fu «un illustre membro del partito Whig, clamoroso difensore della libertà politica»[15]. Elementi fra i più tipici del liberalismo sono certamente tra i riferimenti ideali di quest’opera letta e citata dal padre Soave: la costituzione mista, cioè il contemperamento di principi politico-formali diversi (monarchia, aristocrazia, democrazia), e la distinzione dei poteri, per un verso separati nelle loro competenze, per l’altro collegati per il raggiungimento del loro equilibrio[16].

 

[1]V. Alfieri, Il Misogallo, Sonzogno, Milano 1935, sonetto XXXIV, p. 75.

 

[2]Ivi, epigramma XXXII, p. 91.

 

[3]Un giudizio simile è riportato ad esempio dalla Rivista della Congregazione SomascaXIX (99/luglio-settembre 1943) 101.

 

[4]U. Spirito- A. Del Noce, Tramonto o eclissi dei valoritradizionali?, Rusconi, Milano 1971, p. 206.

 

[5]Cf A. Omodeo, Studi sull’età della restaurazione: la cultura francese nell’età della restaurazione; aspetti del cattolicesimo della restaurazione, Einaudi, Torino 1970, pp. 229-231. Marcello Mustè ha dato il giusto rilievo all’aspetto per cui la Rivoluzione si è trasformata in fattore di progresso in seguito al rinvenimento di una sua razionalitàin sede di ricostruzione storica: cf M. Mustè,Adolfo Omodeo. Storiografia e pensiero politico, Il Mulino, Napoli-Bologna 1990, pp. 368-369.

 

[6]C. Schmitt, Donoso Cortés interpretato in una prospettiva paneuropea, trad. it., Adelphi, Milano 1996, pp. 15-16.

 

[7]Sia Augusto Del Noce che Carl Schmitt sostengono che l’elemento decisivo del pensiero marxiano sia costituito dalla concezione dialettica della storia di ascendenza hegeliana. Del Noce tuttavia fa dello storicismo un’eredità, passata a Marx attraverso Hegel, della stessa controrivoluzione (cf U. Spirito- A. Del Noce,Tramonto o eclissi dei valoritradizionali?, pp. 123-124), ma che non siano la stessa cosa una giustificazione “storica” a motivo del passato (cf C. Schmitt, Teologia politica II. La leggenda della liquidazione di ogni teologia politica, trad. it., Giuffrè, Milano 1992, p. 91) e il primato del futuro, gli è fin troppo chiaro.

 

[8]Cf C. Schmitt, La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo, trad. it., Giappichelli, Torino 2004, pp. 73-89.

 

[9]P. Gaxotte, La Rivoluzione francese, trad. it., Mondadori, Milano 1989, p. 339.

 

[10]Ivi, p. 65; C. Schmitt, La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo, pp. 37-40.

 

[11]Cf U. Spirito- A. Del Noce, Tramonto o eclissi dei valoritradizionali?, pp. 204-208.

 

[12]Cf C. Schmitt, Teologia politica II. La leggenda della liquidazione di ogni teologia politica, p. 26.

 

[13]Ivi, p. 73.

 

[14]Cf R. Amerio, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Lindau, Torino 2009, p. 38.

 

[15]J.-J. Chevallier, Le grandi opere del pensiero politico. Da Machiavelli ai nostri giorni, trad. it., Il Mulino, Bologna 1968, p. 247.

 

[16]Cf C. Schmitt, Dottrina della costituzione, trad. it., Giuffrè, Milano 1984, pp. 248, 267-270.

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