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La rivoluzione nella liturgia

di Don Marino Neri   Anno XIV. 1-2019        sez. Theologica        p. 111-159

L’Autore, in un accurato excursus storico-teologico-filosofico, dimostra come nella storia la liturgia abbia avuto un ruolo fondamentale nella trasmissione delle verità di Fede, come, purtroppo, anche nella diffusione dell’errore fino all’eresia. La liturgia, infatti, come ben documentato dall’Autore, è stata, nel corso dei secoli, oggetto di “sperimentazione”, fino agli esperimenti fatti sul rito della Messa, sfociati nel Novus Ordo Missæ, nel quale sono stati eliminati «molteplici segni che hanno manifestato sacralità e riverenza». 

Claris verbis si constata come la liturgia venga sempre più percepita non «come momento del “già dato” della Tradizione, ma come contesto del “da farsi” della comunità»: da una concezione teologico-spirituale si è passati a una concezione antropologica-relativista L’auspicio è che si torni a guardare e a servire quello che Ratzinger chiamava il “protagonista”della liturgia: Cristo, uomo-Dio.

Premessa

«La parola stessa “rivoluzione” ci dice che si tratta di un rivolgimento: le cose devono ruotare intorno a un asse, in guisa da presentare, alla fine, una faccia diversa da quella che presentano ora. Ma non basta: perché si possa parlare di rivoluzione in senso pieno, occorre che il rivolgimento sia radicale; che non si limiti a trasformare qualche aspetto in superficie, ma rovesci fino in fondo tutto. [...] Le cose devono mostrare una faccia totalmente nuova»[1].

La rivoluzione, pertanto, secondo questa definizione, dal punto di vista fenomenologico sembra postulare tre elementi costitutivi: un “prima”; il cambiamento vero e proprio (“rivolgimento”); un “dopo”. A prima vista, essa potrebbe apparire come una forma di mutamento organico, ora necessario ora indotto da una causa efficiente[2]; ma la somiglianza semantica non deve ingannare, in quanto vi è una radicale differenza. E questa è costituita propriamente dall’aggettivo che qualifica il sostantivo “mutamento”, cioè “organico”. In altri termini, il mutamento, per essere organico, implica un ordo: il mutamento procede in maniera ordinata, secondo un principio e un fine[3]. Se infatti ci lasciamo guidare dalle parole del Doctor communis, relativamente al mutamento, apprendiamo: 

«In realtà il concetto di mutamento implica che una stessa cosa si trovi a un certo momento in condizioni diverse da quelle di prima: infatti talora è un identico essere attuale che viene a trovarsi successivamente in condizioni diverse, come nelle mutazioni di quantità, di qualità e di luogo; altre volte invece l’essere identico è solo potenziale, come nelle mutazioni sostanziali, il cui soggetto è la materia»[4].

Del resto, che il mutamento sia segnato da un ordo, cioè da un orientamento, una tensione verso un fine, è altrettanto dottrina comune, già dalla speculazione filosofica della fisica aristotelica[5], che san Tommaso d’Aquino così compendia: 

«Le mutazioni ricevono natura e dignità non dal termine di partenza, ma da quello di arrivo. Un moto perciò sarà tanto più perfetto e nobile quanto più nobile e alto è il termine verso cui tende; per quanto il termine di partenza, contrapposto a quello di arrivo, sia più imperfetto. Così, p. es., la generazione di per sé è più nobile e più fondamentale dell’alterazione, per il fatto che la forma sostanziale è più che la forma accidentale: ciò nonostante la mancanza della forma sostanziale, che nella generazione è il termine di partenza, è qualcosa di più imperfetto del corrispondente termine di partenza dell’alterazione»[6].

 

[1]V. Mathieu, La speranza nella rivoluzione. Saggio fenomenologico, Armando, Roma 1992 (Rizzoli, Milano 19721), p. 57 (abbrevieremo Mathieu).

 

[2]«Ora ogni cosa che si muova o si sviluppi richiede un agente estrinseco che la muova, non essendo possibile che la potenza (= privazione, indigenza) passi all’atto (= ricchezza, perfezione) da sé, altrimenti bisognerebbe ammettere che dal nulla può venire spontaneamente l’essere»: P. Parente, Itinerario teologico ieri e oggi, a cura di M. Di Ruberto, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011, p. 95.

 

[3]Cf Aristotele, Physica, 5, 1, 224 b, 30-225, a 1-20.

 

[4]«Nam de ratione mutationis est, quod aliquid idem se habeat aliter nunc et prius, nam quandoque est idem ens actu, aliter se habens nunc et prius, sicut in motibus secundum quantitatem et qualitatem et ubi; quandoque vero est idem ens in potentia tantum, sicut in mutatione secundum substantiam, cuius subiectum est materia»: san Tommaso d’Aquino, Summa Theologiæ, I, q. 45, a. 2, ad 2 (abbrevieremo STh).

 

[5]«Il mutamento (“metabolé”), però, assume il suo nome più dal “verso cui” che dal “da cui”»: Aristotele, Physica, 5, 1, 224 b, 8.

 

[6]«Ad secundum dicendum quod mutationes accipiunt speciem et dignitatem non a termino a quo, sed a termino ad quem. Tanto ergo perfectior et prior est aliqua mutatio, quanto terminus ad quem illius mutationis est nobilior et prior; licet terminus a quo, qui opponitur termino ad quem, sit imperfectior. Sicut generatio simpliciter est nobilior et prior quam alteratio, propter hoc quod forma substantialis est nobilior quam forma accidentalis, tamen privatio substantialis formæ, quæ est terminus a quo in generatione, est imperfectior quam contrarium, quod est terminus a quo in alteratione»: STh, I, q. 45, a. 1, ad 2.

 

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