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L’importanza teologica di Humanæ Vitæ e la sua profezia per il nostro tempo 

di P. Serafino M. Lanzetta    Anno XIII. 1-2018         sez. Theologica       p. 121-134

  1. Humanae vitae di fronte a problemi scottanti

 

Humanae vitae (HV), lettera enciclica di Paolo VI sul gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, levò forte la sua voce in un momento storico e culturale molto agitato. Quel 25 giugno del 1968, data in cui papa Montini firmava l’enciclica, segnò apertamente l’inizio di una grande diatriba nella Chiesa. Una delle contestazioni che già si muoveva al magistero era quella di non potersi pronunciare su questioni morali che esulerebbero dalla Divina Rivelazione, quale la legge morale naturale e di rimando il controllo artificiale delle nascite con la contraccezione. HV 4 precisa sin dall’inizio che invece è incontestabile – come d’altronde avevano insegnato i predecessori di Paolo VI –

 

«che Gesù Cristo, comunicando a Pietro e agli apostoli la sua divina autorità e inviandoli a insegnare a tutte le genti i suoi comandamenti, li costituiva custodi e interpreti autentici di tutta la legge morale, non solo cioè della legge evangelica, ma anche di quella naturale. Infatti anche la legge naturale è espressione della volontà di Dio, l’adempimento fedele di essa è parimenti necessario alla salvezza eterna degli uomini».

 

Alcuni teologi erano anche dell’avviso che estendendo al campo morale matrimoniale il principio di totalità [1]– la parte in relazione e in vista del tutto – si potesse sostenere che la finalità procreativa appartenga all’insieme della vita coniugale e pertanto non sarebbe scalfita da quei singoli atti che invece sono volti ad evitare una nuova nascita. I singoli atti matrimoniali sarebbero così materialmente sterilizzanti ma formalmente fecondi, facendo affidamento alla retta intenzione e sganciando la fecondità da un ordine definito meramente corporeo e materiale per collegarla invece a uno razionale e quindi superiore. Difatti si faceva affidamento a una moralità degli effetti e delle conseguenze unitamente alla convenienza, cosa che ha grande ripercussione anche ai nostri giorni. 

 

La visione dottrinale di HV poggia su due principi, abusati per favorire i metodi artificiali di controllo delle nascite, ma spiegati da Paolo VI nell’ottica dell’intera Rivelazione. Questi due principi sono a) l’amore umano e b) la paternità responsabile. 

 

a) Sembrava infatti che l’amore umano, a cui, al dire di molti, erano state tarpate le ali da Casti Connubi perché focalizzata solo sul matrimonio come mezzo per trasmettere la vita, fosse la via alternativa ad una concezione statica di “natura”, privilegiando invece quella dinamica di “persona” e di “comunione”. HV 8 insegna che «per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite». 

 

b) La paternità responsabile, invece, non era da considerarsi solo come il prevalere del retto giudizio sull’apertura alla fecondità di coppia, quanto piuttosto come l’essere sempre responsabili, sia con la deliberazione di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione «presa per gravi motivi e nel rispetto della legge naturale di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita» (HV 10). In modo molto chiaro, HV 10, precisando ulteriormente i confini della paternità responsabile, getta nuova luce sul vero amore umano che guida la coppia: 

 

«Nel compito di trasmettere la vita, essi (i genitori) non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della chiesa».

 

L’amore veramente umano unisce i genitori e li rende così capaci di trasmettere il dono della vita; il dono della vita, a sua volta, è espressione dell’amore umano. Questo sarà importante per non porre una frattura tra unione e procreazione (binomio indigesto ancora oggi). Infatti Paolo VI, giungerà in HV 11 a precisare – apportando un notevole perfezionamento magisteriale al Concilio Vaticano II e a Gaudium et spes (interpretata qui autenticamente) e riagganciandosi a Casti Connubi di Pio XI – che 

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