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L'anticristo secondo Reinhard Raffalt

di P. Serafino M. Lanzetta      Anno XIII. 1-2018         sez. Commentaria       p. 181-187

Reinhard Raffalt (1923-1976), scrittore, filosofo e musicologo tedesco, assistendo al crescere della confusione ecclesiale dopo il Concilio Vaticano II, nel 1966, scrive il suo Der Antichrist, opera che però verrà pubblicata postuma nel 1990. Andrea Sandri ne ha curato la traduzione italiana e l’ha corredata con una sapiente postfazione, nella quale s’illumina il contesto letterario in cui nasce L’Anticristo di Raffalt, offrendoci ad un tempo una chiave ermeneutica interessante a partire dal percorso filosofico e musicologico dell’autore (1).

 

Il testo scritturistico che Raffalt prende maggiormente in considerazione nel suo saggio è quello di San Paolo ai Tessalonicesi:

 

«Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4). 

 

Una delle caratteristiche principali dell’Anticristo di Raffalt è l’egoismo; si tratta di un personaggio che ama se stesso e amerebbe anche il prossimo, ma per un amore egoistico di sé senza l’amore di Dio. Questo uomo che si finge di essere un novello Cristo metterebbe in pratica alla lettera le parole del Vangelo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mt 22,39) perché senza l’amore di Dio, ovvero senza l’altro comandamento: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Mt 22,37), tali parole diverrebbero un incitamento all’amore egoistico di se stessi. Scrive Raffalt: «L’Anticristo è un uomo che ama il suo prossimo come se stesso, ma non ha niente da amare più grandemente» (p. 20).

 

C’è un unico modo per smascherare questa figura funesta ed è la fede nel mistero del Verbo incarnato, Gesù Cristo vero Dio e vero uomo. Quantunque l’Anticristo rimanga ancora una figura teorica e al di là da venire, l’assenso di fede dato a Gesù Cristo quale Dio da Dio, fattosi uomo per la nostra salvezza, è determinante e rappresenta una presa di posizione di fronte a questo “padrone del mondo” per usare un’immagine cara a Hugh Benson. Il problema dell’Anticristo, dice Raffalt, è difatti la decisione dell’uomo per o contro Cristo, cioè per o contro il Dio personale (cf. pp. 28-29). L’Anticristo così funge da figura che mette l’uomo davanti alla scelta finale: per o contro il vero Dio. In questo senso è una figura provvidenziale quantunque nefasta.

 

Di più, a giudizio di Raffalt, la massima dell’Anticristo potrebbe essere questa: «un uomo vero, pervenuto al senso di se stesso, è soltanto colui che vive secondo i fondamenti morali del Cristianesimo, senza credere nel Dio personale». Traslitterando queste parole in un senso più ecclesiologico potremmo dire: una Chiesa senza Cristo, espressione di un Cristianesimo senza Dio, come vorrebbe anche Hazel Motes, personaggio chiave di Wise Blood, romanzo della scrittrice americana Flannery O’Connor.

 

Inoltre l’Anticristo di Raffalt è un «redentore negativo», cioè «deve emancipare l’umanità dal vincolo della creaturalità. Egli realizza la pace mondiale e pretende come prezzo la rinuncia all’immortalità dell’anima e lo smantellamento della personalità» (p. 31). Sarà un bravo

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