"Dimensione mariana"

della vita cristiana

di Padre Stefano M. Manelli, FI   Anno XIV. 2-2019       sez. Theologica       p. 145-190

Muovendo dall’assunto centrale secondo cui la dimensione mariana «è un patrimonio di grazia salvifica nell’anima del cristiano, devoto sincero di Maria Santissima», perché al dire di san Bonaventura, «nessuno può entrare in Paradiso se non passa per Maria che è la porta del Paradiso», il saggio passa in rassegna le manipolazioni e le contraffazioni storiche, antiche e recenti, del mistero di Maria. La Mariologia, scriveva R. Laurentin nel 1996, è stata ridotta a un “ectoplasma” e ciò dovuto a una critica teologica e biblica che di fatti ha smarrito finanche i presupposti di Fede. L’unica alternativa possibile a questo inverno rigido è la Mariologia dei santi, cioè quella Mariologia perenne che è «come il sole che si fa gioco della luce dei fuochi d’artificio».

Introduzione

Fermenti sociali e culturali fanno unità nella dimensione religiosa dell’uomo. Homo religiosus è colui che porta in sé il “sociale” e il “culturale” aperti al trascendente, vissuti in verticale, proiettati verso il numinoso, per dirla kantianamente, e protesi al supremo Fattore, per dirla con l’Alighieri, protesi a Colui, cioè, da cui è tutta la realtà increata e creata.

Nella singola persona umana, come nell’insieme delle persone o nella persona comunitaria, il magma costitutivo di base è dato dalla dimensione religiosa, che è da Dio ab origine (ogni anima in quanto creata da Dio). Il “sociale” e il “culturale” sono chiamati a dare corso e sviluppo alla dimensione religiosa, a realizzare movimento e crescita della dimensione religiosa costitutiva nell’uomo e dell’uomo.

Di fatto, però, appare chiaro che c’è una discrasia congenita nell’uomo e fra le cose, per quella colpa d’origine che è stata la radice disgregatrice di quell’unità dell’uomo e delle cose, che era riflesso dell’unità e dell’unicità di Dio nella sua trinità di Persone.

Nella realtà sociale e nella realtà culturale, in effetti, si attualizzano il tessuto del pensare cristiano e il vissuto del credere cristiano a livelli di religiosità che possono essere moto alti e qualificati, o molto ridotti e magari pressoché azzerati.

L’ortopraxis della religiosità che si incorpora nel sociale e nel culturale, di fatto, condiziona inevitabilmente l’ortodoxia della religiosità stessa e quindi della Fede cristiana genuina e intatta, sia in salita, nello svilupparsi e crescere, che in discesa, nel ridursi e immiserirsi. Se l’ortopraxis, anziché soltanto energia messa in atto e guidata da una mens (l’ortodoxia), diventa essa stessa motrice-guida, si hanno i fenomeni della societas sacra, di tipo medioevale, dove l’ortopraxis si presenta in salita di elevazione costante propria dell’ortodoxia, o si hanno i fenomeni dell’ateismo di massa (tipo di societas atea), dove l’ortopraxis si presenta in discesa, a caduta libera dell’ortodoxia verso il nichilismo.

C’è un movimento pendolare armonico, si direbbe, fra ortopraxis e ortodoxia, per cui se questa si muove in verticale, quella si muove in orizzontale. Il pendolarismo è dato dalla Fede cristiana che è, sì, mistero che sopraeleva costantemente all’infinita realtà del divino e dell’eterno, ma è anche espressione di grazia in una vita di carità fraterna nella quale si attualizzano, di fatto, «la Legge e i Profeti» (Mt 7,12).

“Diarchia sociale”...

Forse un’analogia utile può essere presa dalla sociologia che nel suo pensare parla di “diarchia” nell’agire sociale, in cui vengono ad incontrarsi, potrebbe dirsi, l’essere e l’operare della società stessa (corrispondenti, in controluce, all’ortodoxia e all’ortopraxis), per bilanciarsi e integrarsi a salvaguardia sia della statica che della dinamica dell’intera realtà sociale, fatta di uomini e di popoli presenti sull’orbe terrestre.

 

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