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di Stefano Fontana      Anno XIII. 2-2018         sez. Theologica       p. 389 - 403

La dottrina sociale della Chiesa, secondo la definizione di Giovanni Paolo II (1), assume la formalità disciplinare della Teologia morale, pur essendo, nello stesso tempo, una categoria a sé (2). In quanto Teologia morale, essa assume la logica epistemica della

 Teologia cattolica che, dal punto di vista filosofico, si avvale della logica epistemica della filosofia naturale, o recta ratio, intesa come “filosofia cristiana” (3), ossia come un “filosofare nella fede”.

 

Il riferimento epistemico alla recta ratio è un’esigenza sia di verità filosofica che di verità teologica. Infatti, per dirla con Augusto Del Noce, «la fede suppone inclusa in essa una metafisica, e non si esce dalla fede nel renderla esplicita» (4). Quando la ragione esce dalla fede, si trasforma in positivismo, ossia nella rinuncia non solo alla ragione teologica ma a ogni ragione. Ciò non significa che la filosofia debba diventare fede, ma che la fede richiede una filosofia naturale e realista e nello stesso tempo si erge a necessaria garanzia di quella stessa naturalità e realismo. Se la Teologia rifiuta questo rapporto con la logica epistemica della filosofia naturale cessa di essere un autentico sapere, si trasforma in letteratura (5) e la dottrina della fede diviene un positivismo cattolico, ossia una fede senza verità. 

 

La dottrina sociale della Chiesa non può quindi accettare il pluralismo non solo teologico ma anche filosofico. Il pluralismo della verità è da considerarsi conseguenza del peccato delle origini e non può essere promosso a situazione epistemica ideale della Teologia cattolica. La cosa può essere, anzi necessariamente è, nella confessione protestante, ma non nel Cattolicesimo.

 

Quando, alla fine del XIX secolo, nacque la dottrina sociale della Chiesa cosiddetta “moderna”, l’esigenza che essa si fondasse su un quadro di pensiero espressione della recta ratio era molto chiara. Infatti, Leone XIII non si limitò a scrivere la Rerum novarum, ma compose un quadro del sapere, anche di tipo filosofico, in cui inserire la dottrina sociale della Chiesa: 

 

«La Rerum novarum scissa dal suo fondamento filosofico, dal contesto delle nove encicliche essenziali, e in particolare dall’Æterni Patris, è destinata a perdere significato» (6).

 

L’Enciclica Æterni Patris faceva da fondamento del quadro secondo una chiara epistemologia fondata sul realismo metafisico. Quel quadro rimase a fondamento della dottrina sociale della Chiesa, ma dapprima subì le interferenze della Nouvelle théologie, quindi quelle del personalismo cristiano e della “svolta antropologica”. Dopo il Vaticano II conobbe così delle variazioni che l’Enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio (1998) non riuscì a impedire e correggere.

 

Padre Cornelio Fabro indicò l’origine teoretica delle variazioni moderniste che stavano influenzando la Teologia cattolica nell’inversione del rapporto tra essenza ed esistenza (7). Étienne Gilson la indicò nel progetto di riconsiderare il realismo tomista dal punto di vista del criticismo kantiano sviluppatosi soprattutto a Lovanio (8). Le due interpretazioni, in fondo, convergono. Se l’esistenza ottiene il primato sull’essenza, si apre la strada all’accettazione del “trascendentale moderno” (9), ma a quel punto l’esito heideggeriano diventa inevitabile, come testimoniato dalla parabola che dalla Nouvelle théologie conduce a Karl Rahner (10), il quale si forma proprio alla scuola di Lovanio, ossia nel laboratorio dell’aggiornamento filosofico modernista denunciato da Gilson. 

 

Io preferisco parlare di “paradigma metafisico” e “paradigma ermeneutico”. La prima espressione si riferisce al quadro teoretico che nasce dalla priorità dell’essenza sull’esistenza, la seconda al contrario. L’espressione “paradigma ermeneutico” non si riferisce qui a una corrente specifica del pensiero moderno, ma in generale all’assunzione piena e coerente del “trascendentale moderno” che

nasce dalla priorità assegnata all’esistenza rispetto all’essenza e di cui sono espressione la priorità della pastorale sulla dottrina, delle

scienze sociali sulla metafisica, della coscienza sulle norme morali assolute, del “discernimento” sulla dottrina.

Paradigma metafisico e paradigma ermeneutico: le variazioni nel Magistero sociale post-conciliare

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