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La critica teologica al servizio di una pastorale responsabile 

di Mons. Antonio Livi   Anno XI. 1-2016       sez. Editoriale       p. 5-16

Dalla fondazione a oggi, la nostra rivista di apologetica teologica si è sempre adoperata, con la massima coerenza, per fornire all’opinione pubblica cattolica quegli strumenti razionali che servono a interpretare correttamente gli atti del Magistero, sia solenne che ordinario [1], e anche a esercitare il necessario discernimento nei riguardi delle diverse ipotesi di interpretazione del dogma che possono essere proposte dai teologi [2]. I contributi del primo tipo possono essere inquadrati nel genere (scientifico, non ideologico) dell’ermeneutica teologica, mentre quelli del secondo tipo appartengono al genere (scientifico anch’esso, e pertanto non ideologico) della critica teologica costruttiva. Siamo convinti che “costruttiva” sia solo quella critica teologica che serva a costruire o ricostruire presso i credenti di oggi il necessario consensus fidei, che non può esserci se non si esercita la funzione essenziale della ragione credente, che è appunto il discernimento in materia di fede. Il discernimento consiste innanzitutto nel saper discernere (ossia, distinguere opportunamente)  la dottrina del Magistero dalle opinioni teologiche, per poi anche distinguere, per quanto riguarda il Magistero, il suo “nucleo dogmatico” (lì dove la Chiesa docente presenta con formule irreformabili la verità rivelata da Dio, che tutti i fedeli debbono credere “con fede divina e cattolica”) dalle interpretazioni autorevoli che la Chiesa stessa fornisce, la cui autorevolezza e ammissibilità non dipendono certamente dal carisma dell’infallibilità, che è proprio ed esclusivo della sacra Gerarchia, ma dipendono ovviamente dalla qualità scientifica (cioè razionale) delle premesse dalle quali parte il teologo, dal metodo di inferenza che si propone di seguire e dalle conclusioni che ritiene di poter dedurre [3]. E tutto ciò – le premesse, il metodo e le conclusioni – costituisce la materia da sottoporre al vaglio della critica, la quale, per essere veramente scientifica, deve prescindere in ogni caso da simpatie di scuola o di fazione ideologica, come anche da qualsiasi altra considerazione attinente alle qualità spirituali delle singole persone, al loro ruolo ecclesiastico, alla loro notorietà e alle loro presunte intenzioni.

Solo con questo lavoro di discernimento si può riportare l’annuncio cristiano, che è il cuore stesso della pastorale, alla sua intrinseca razionalità. Senza razionalità, in effetti, non può esserci in alcun soggetto pensante un assenso di fede responsabile alla parola di Dio; analogamente, non può esserci, senza razionalità, nemmeno una prassi pastorale responsabile da parte dei credenti, a cominciare da chi ne ha l’incarico istituzionale, ossia dai Pastori che «lo Spirito Santo ha posto a governare la Chiesa di Cristo». In forza di questa convinzione – che non è di parte ma appartiene al nucleo dogmatico della fede cattolica – riteniamo di dover contrastare, per quanto ci compete e ci è possibile, la deriva irrazionalistica all’internonella Chiesa. 

 

a) La deriva irrazionalistica nella pastorale.

 

Si rilevano preoccupanti sintomi di irrazionalità, da parte dei Pastori, se si considera il modo attuale di esercitare il munus docendi (il Magistero in senso proprio, dottrinale), che negli anni successivi alla conclusione del Vaticano II si è andato riducendolo sempre di più, sulla scia della Gaudium et spes, alla ricerca di argomenti per il “dialogo con il mondo moderno”, dimenticando così che l’impegno per l’evangelizzazione (come ribadisce il decreto Ad gentes) non esclude ma anzi presuppone l’impegno costante per la catechesi (come ha insegnato Paolo VI nella  Catechesi tradendae), il che dovrebbe far comprendere che, a rigor di logica, il munus regendi (la pastorale) è legata intrinsecamente al munus docendi, che ne è il presupposto, il fondamento e la materia stessa. L’irrazionalità, da parte dei Pastori, è consistita nell’intenzionale svuotamento di senso dogmatico della prassi pastorale, sostituendo ai dati certissimi della fede divina (la dottrina cristiana) i dati incertissimi della sociologia e i motivi di opportunità pragmatiche che ne derivano. E così anche il munus sanctificandi (il culto divino e, nel suo ambito proprio, l’amministrazione dei sacramenti), privato del suo essenziale fondamento dottrinale e dell’indispensabile impegno pastorale per una opportuna e personalizzata mistagogia (sapiente e prudente catechesi dei sacri misteri della grazia santificante), viene ridotto a mero formalismo liturgico, dove le riforme si susseguono alla continua ricerca di nuove “forme” esteriori, apprezzabili anche da parte di chi non ha ricevuto o non ha accolto il messaggio della fede divina, mentre il “contenuto” soprannaturale dei riti liturgici può essere apprezzato e fruttuosamente assimilato solo da chi avesse invece ricevuto e accolto il messaggio della fede divina. Insomma, per rifarci ancora una volta al Vaticano II, l’irrazionalità, per quanto riguarda Pastori del Post-concilio, sta nella prassi di un Magistero che si richiama sì, giustamente, della costituzione pastorale Gaudium et spes, ma sembra dimenticare gli insegnamenti e le direttive pastorali della costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, tradendo il vero “spirito” del Concilio. Proprio in un celebre discorso contro le arbitrarie costruzioni ideologiche del «Concilio dei media», papa Benedetto XVI volle giustamente rivendicare alla costituzione liturgica il suo carattere di fondamento teologico dell’unità tra dottrina (munus docendi), pastorale (munus regendi) e liturgia (munus sanctificandi). Per papa Ratzinger la Sacrosanctum Conciliumera il più significativo documento del Vaticano II, perché il suo orientamento dottrinale non è prevalentemente sociologico, ossia antropocentrico, ma teologico, ossia teocentrico: in esso infatti della Chiesa intendeva ribadire che a fondamento e garanzia dell’efficacia di tutta la sua missione nel mondo sta il maggiore impegno per dare a Dio il vero culto «in spirito e verità» (cfr  Vangelo secondo Giovanni, 4, 24).

 

b)La deriva irrazionalistica nell’ermeneutica del Magistero da parte dei teologi.

 

L’irrazionalità sta anche e soprattutto nel modo con cui i teologi – soprattutto gli ecclesiastici – hanno commentato questa nouvelle vague del Magistero. Da una parte, il grido d’allarme insistito ed esasperato su presunte “eresie” che si ritiene di riscontrare nei documenti del Concilio e dei Papi che ne hanno voluto applicare le indicazioni dottrinali e pastorali; dall’altra, la compiaciuta e trionfalistica ermeneutica della teologia progressista, che si proclama vincente su tutta la linea: non più combattuta o mal tollerata, come fino a Pio XII, ma addirittura ufficialmente adottata dal Magistero e divenuta la Nuova Scolastica, ossia la teologia ufficiale e canonica del terzo  Millennio, quella obbligatoriamente insegnata in tutti i seminari e università della Chiesa. 

Accennavo prima a quanti hanno elevato ben alto il loro grido d’allarme e che potremmo denominare bonariamente “apocalittici”. In tutti costoro c’è indubbiamente molto sincero amore per la Chiesa di Cristo e un sicuro criterio di fede cattolica. C’è però anche la troppa fiducia nei dati empirici della sociologia religiosa, che sono di per sé parziali, superficiali e soprattutto disomogenei con il discorso propriamente teologico. La realtà soprannaturale della Chiesa (che va sempre considerata soprattutto come il Corpo Mistico di Cristo, e solo secondariamente come “il popolo di Dio”) non è conoscibile, nemmeno con buona approssimazione, se ci si basa soltanto sugli strumenti dell’indagine sociometrica: questa può, al massimo, rilevare la presenza o l’assenza delle “opere” visibili, ma non è assolutamente in grado di rilevare la presenza o l’assenza della fede e della carità. Gli aspetti visibili e misurabili della vita esteriore di fede e di carità sono ben poca cosa rispetto alla realtà della vita interiore di ciascun credente, indipendentemente dalle circostanze individuali o sociali della sua esistenza nel mondo. È in questa realtà spirituale – visibile solo da Dio «che scruta i reni e i cuori», per poter retribuire con giustizia e misericordia «ciascuno secondo le sue opere» (Apocalisse di Giovanni, 2, 23; cfr Libro di Geremia Profeta, 17, 10) – che consiste il successo o l’insuccesso della pastorale della Chiesa, la quale è «il sacramento universale della salvezza» (Vaticano II, cost. dogm. Lumen gentium, § 48). Questo richiamo all’imperscrutabilità della reale situazione spirituale della Chiesa non significa che non si possa parlare anche degli aspetti visibili e parziali, purché non ci si avventuri in improbabili visioni di insieme (diacroniche o sincroniche); gli eventuali giudizi sullo “stato della Chiesa” andrebbero sempre enunciati con umiltà, prudenza e moderazione, evitando i toni oracolari, che sono proprio soltanto di quei «profeti di sventure» dei quali parlava san Giovanni XXIII [4]. Il che non toglie che chiunque, tra questi “apocalittici”, se ritiene di avere la ragionevole evidenza di gravi pericoli pubblici per l’ortodossia cattolica e per la morale evangelica e financo per l’unità della Chiesa (pericolo di scisma conclamato, constatata da anni l’esistenza di uno scisma sommerso), ha il diritto di denunciarli pubblicamente, indicando, caso per caso, i difetti di autentica pastoralità rilevabili oggi nei documenti e nei provvedimenti disciplinari dell’autorità ecclesiastica, che sono poi quelli cui accennavo prima e che si riassumono nella (voluta) confusione e traslocazione dei tre  munera della Chiesa docente. Il dotto teologo belga Michel Schooyans, ad esempio, ha scritto recentemente: 

«La cattolicità è in pericolo là dove la Chiesa s’avventura sulla via di Babele e sottovaluta l'effusione dello Spirito Santo, il dono delle lingue. Non è più lui, lo Spirito, che raduna la diversità di coloro che unisce la medesima fede in Gesù Figlio di Dio?»[5].

Dall’altra parte, i progressisti o neo-modernisti, da quando Jorge Mario  Bergoglio è papa Francesco non cessano di interpretare il suo pontificato come l’attuazione piena e definitiva della loro strategia di egemonia ideologica nella Chiesa. Si servono della rivista internazionale di teologia Concilium oppure della vetusta testata para-vaticana Civiltà Cattolica dei gesuiti, come anche di testate più giovani come Rocca, periodico quindicinale della Pro Civitate Christiana Assisi. Conciliumha intitolato il suo ultimo numero monografico con la significativa frase programmatica: Dall'«anathema sit» al «Chi sono io per giudicare?». E, per giustificare la radicalità del cambiamento in atto nel Magistero, passa poi a teorizzare la rinuncia a ogni qualsiasi giudizio di merito sui criteri dottrinali e morali e sulla condotta di qualsivoglia persona che, all’interno o all’esterno della Chiesa, si dissoci da ciò che la Chiesa stessa ha insegnato autorevolmente fino a oggi. I teologi di Concilium ritengono che «le formule e i dogmi non possono comprendere l'evoluzione storica» e che «ogni problema vada collocato nel suo contesto storico e sociopolitico». Insomma, il concetto stesso di ortodossia va superato, o quanto meno ridimensionato, perché fino a oggi è stato utilizzato come «punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire». Al primato della dottrina va sostituito quello della prassi pastorale. L'ortodossia è soltanto «una violenza metafisica». Ecco tutti gli ingredienti dell’irrazionalismo teologico: innanzitutto la polemica irragionevole nei confronti della verità, che sarebbe violenta se espressa con rigore metafisico, quando un fondamentale documento del Magistero post-conciliare, l’enciclica Fides et ratio, ha invece riaffermato nel 1998 il valore irrinunciabile della metafisica per la retta ragione naturale (perché solo la metafisica consente la certezza assoluta dell’esistenza di Dio e di una legge morale naturale) e per la teologia soprannaturale (perché solo la metafisica consente un’interpretazione scientifica del contenuto razionale del dogma); poi anche il paradigma storicistico, in forza del quale quello che era vero ieri può non esserlo più oggi e deve essere “superato” se ci sono degli interessi attuali (di chi?) da tutelare…[6] Queste e tutte le altre idee (o meglio, argomenti retorici) degli attuali redattori di Concilium rispondono pedissequamente, sia nei temi che nel linguaggio, ai dettami dei teologi che furono i fondatori della rivista: il domenicano francese Yves Congar(morto nel 1994), lo svizzero Hans Küng, il tedesco Johann Baptist Metz, l’altro tedesco, il gesuita Karl Rahner (morto nel 1984) e l’olandese Edward Schillebeeckx (morto nel 2009). Il fascicolo intitolato Dall'«anathema sit» al «Chi sono io per giudicare»? è insomma una specie di Manifesto dell’irrazionalismo che oggi serve ai teologi favorevoli al nuovo corso del Magistero (che sembra accogliere tutte le loro istanze) come  mero diversivo dialettico per tentare di nascondere (senza riuscirci) le proprie mire di egemonia di potere nella Chiesa. Ho parlato di «argomenti retorici», cioè di quel «pensiero strumentale» di cui parlavano i filosofi irrazionalisti del Novecento e che proprio loro hanno usato per primi per sostituire il «pensiero debole» alla metafisica. Eccone un esempio recente, in un testo del teologo italiano Andrea Grillo:

«Non era difficile pensare che avremmo trovato, in Amoris Laetitia, tutte le tracce del cammino, ricco e complesso, che la Chiesa ha compiuto negli ultimi tre anni. Ma in esso si esprime, ben di più, il travaglio fecondo di una cammino molto più lungo, che inizia l’indomani della perdita del potere temporale, nel 1880 e che arriva, lungo tappe numerose e differenziate, a questo nuovo passaggio epocale. Solo una lettura più attenta potrà meglio chiarire la portata e la articolazione di questo documento. Per il momento possiamo solo reagire ad alcuni elementi nuovi e rilevanti del testo: Si esce dalla logica di un “documento sul matrimonio o sulla famiglia” - come era ancora per Familiaris Consortioe come era all’inizio Arcanum Divinae sapientiae, nel 1880, di Leone XIII, e si entra in una considerazione che potremmo definire, in senso ampio “pastorale” e “morale”, della questione dell’amore. Solo così si può comprendere appieno l’amplissima campata del documento, che ha, al suo interno, livelli diversi di presa di parola, che vanno dal sapienziale al descrittivo, dal morale al biblico, dal parenetico al testimoniale. Come già avevamo letto in Evangelii Gaudium, lo stile di papa Francesco è intenzionalmente “sovrabbondante” per attestare la “necessaria incompletezza” del pensiero cristiano, per lasciare aperto il sistema, per garantire al “di più di misericordia” di poter irrompere. Questa svolta è chiarissima non solo all’inizio e alla fine della Esortazione, ma appare continuamente nella tessitura del testo. Pur nella diversità dei suoi registri, l’annuncio del primato della misericordia e la insufficienza di una logica “oggettiva” – pur giustamente difesa nella sua necessità – appare come il “basso continuo” del documento[7].

Grillo è un intellettuale troppo intelligente per credere veramente a quello che scrive: come si fa a entusiasmarsi per un documento – che si vuole imporre all’opinione pubblica cattolica come il pronunciamento del Magistero più illuminato e progressivo – nel quale l’unica cosa che il Papa dice chiaramente è che il Magistero rinuncia a insegnare con autorità (cose vecchie o cose nuove, non importa) e lascia tutto “incompleto e aperto”? Quale sarebbe il vantaggio per la vita cristiana da questa pastorale anarchica che ne risulta? Andrea Grillo dice che il vantaggio sarebbe il «garantire al “di più di misericordia” di poter irrompere alla discussione». Ma ha un senso razionale questo? E poi, chi ce lo mette questo “di più di misericordia” del quale i Pastori della Chiesa, che pur hanno il dovere e la grazia per esercitare universalmente il munus sanctificandi,  non si ritengono capaci? Ne saranno forse capaci i teologi che, come Grillo (e come, prima di lui, Hans Küng), hanno teorizzato e imposto la supremazia del “magistero” teologico sul Magistero gerarchico, e per questo reclamano da sempre la “ridiscussione” (ossia, l’abolizione) del dogma dell’infallibilità pontificia?

Grillo, in questo commento alla Amoris laetitia, ripete con toni trionfalistici (il trionfalismo di chi ritiene di avere dalla propria parte il Papa stesso, e quindi grida: “Vae victis!”) le vecchie argomentazioni a sostegno dell’irrazionalismo teologico progressista: da una parte, la polemica contro «la vecchia metafisica», dall’altra l’istanza di libertà della “teologia pastorale”, che non sopporta più vincoli normativi di alcun genere: né di tipo dogmatico, né di tipo morale e tanto meno di tipo canonistico. Prima della Amoris laetitia, era stato il gesuita Mario Imperatori a perorare sulla Civiltà Cattolica la causa di questa pastorale anarchica: contro la metafisica (con la sua nozione di “natura”), contro la dogmatica (con la sua nozione della grazia santificante), contro la morale  (con la sua nozione della legge naturale come presupposto dei precetti e dei consigli evangelici) e infine  contro il diritto canonico (con la sua pretesa di sottoporre la disciplina dei sacramenti al giudizio di un tribunale ecclesiastico). Il tutto per concludere che del matrimonio cristiano la teologia deve parlare, d’ora innanzi, solo in termini di “amore”[8]: come si vede, proprio quello che, secondo Andrea Grillo, aveva fatto finalmente papa Francesco. 

 

Umiltà, prudenza e moderazione: sono virtù che chiediamo agli altri perché intendiamo praticarle innanzitutto noi.

 

In conclusione. Come rivista di apologetica teologica dobbiamo attenerci, anche in questa contingenza storica e in questo contesto dialettico, alla serietà dell’analisi e all’onestà delle deduzioni. Non possiamo azzardare valutazioni globali che non possono basarsi se non su spezzoni di indagini sociologiche più o meno aggiornate e approfondite. Lasciamo questo alla “libertà di allarme” ecclesiastico-sociale e agli inviti alla “resistenza” che gli “apocalittici” meritoriamente diffondono, da posizioni di netta minoranza e di quasi totale irrilevanza nel panorama nazionale e internazionale dei media. I messaggi di costoro si rivolgono all’opinione pubblica più generalistica, a differenza del lavoro che deve svolgere una rivista come la nostra. Le nostre valutazioni debbono essere attentamente circoscritte a ciò che può essere documentato sulla scorta di dati assolutamente certi, e in teologia sono davvero certi solo i dati ricavabili dai documenti ecclesiastici che espongono la dottrina della fede  nei suoi diversi gradi, con a fondamento quel “nucleo dogmatico” che una corretta ermeneutica può sempre facilmente rilevare. Con questi dati certissimi vengono confrontate, di volta in volta, le proposte di interpretazione del dogma avanzate dai teologi di oggi, rilevando – senza animosità partigiana ma con grande amore per la verità che Dio ci ha dotato per la nostra salvezza – la loro conformità con il dogma. Perché non tutte le ipotesi meritano pari considerazione. Alcune pur restando sempre al livello di mere ipotesi, possono risultare utili all’approfondimento dialettico del contenuto del dogma e all’aggiornamento della catechesi; altre invece sono nocive all’ortodossia perché minano alle fondamenta l’ortodossia. Di questo ultimo tipo sono tutte quelle che i teologi progressisti (neo-modernisti) hanno voluto imporre negli ultimi tempi e che si riassumono nell’esaltazione del discorso irrazionale, maschera di una prassi finalizzata al potere. Potere che oggi appare egemone, tanto che sembra avere ispirato persino alcuni degli ultimi documenti del Magistero pontificio, introducendovi neologismi (“autoreferenzialità”, “prassi di inclusione” eccetera),  e una terminologia (come quella dell’erotismo) che mai erano appartenute al magistero ecclesiastico.  Non solo, ma vi ha introdotto schemi concettuali contraddittori che rendono inefficaci le dichiarazioni – che pure ci sono – di non voler cambiare o mettere da parte la dottrina dei precedenti pontefici sull’argomento. La critica (rigorosamente teologica e sempre rispettosa) di un documento che presenta questi difetti formali – mi riferisco ancora all’esortazione apostolica Amoris laetitia– come quella svolta da padre Serafino Lanzetta e da don Alfredo Maria Morselli in questo fascicolo di Fides Catholica, ha il richiesto carattere della scientificità perché, appunto, si limita all’analisi dei testi del documento post-sinodale e non si permette visioni ecclesiologiche d’insieme, che sono sempre estrapolazioni illegittime (dal punto di vista scientifico, s’intende). Il mio criterio, peraltro, essendo basato sulla logica, è pienamente condiviso da quei pensatori che, al pari di me, hanno un interesse per la teologia basato sulla filosofia e dunque sulla logica. Penso alla parziale “rettifica” di Robert Spaemann dopo che le sue osservazioni critiche sull’esortazione apostolica Amoris laetitia, esternate in un colloquio con la redazione tedesca della Catholic News Agency, avevano suscitato delle vivaci reazioni, soprattutto di dissenso. Il filosofo cattolico tedesco (molto autorevole, in particolare, per quanto riguarda la filosofia morale) torna a spiegare il suo punto di vista e precisa, molto opportunamente, quali fossero l’intenzione e la portata delle sue critiche ad alcune singole parti del documento pontificio:

«Il dissenso riguarda in primo luogo il passo nel quale io affermo che la nota 351 rappresenta una "rottura nella tradizione del magistero della Chiesa cattolica". Quel che volevo dire era che alcune affermazionidel Santo Padre si trovano in una chiara contraddizione con le parole di Gesù, con le parole degli apostoli e con la dottrina tradizionale della Chiesa. Di “rottura”, in realtà, si dovrebbe parlare solo quando un Papa, richiamandosi in maniera univoca ed esplicita alla sua potestà apostolica – dunque non incidentalmente in una nota a piè di pagina –, insegni qualcosa che è in contraddizione con la citata tradizione magisteriale. Il caso qui non si verifica, anche solo per il fatto che papa Francesco non ama la chiarezza univoca. Ad esempio, poco tempo fa ha dichiarato che il cristianesimo non conosce alcun "aut aut": evidentemente non si sente messo in crisi dalle parole di Cristo quando dice: "Il vostro parlare sia sì, sì, no, no. Il di più viene dal maligno" (Mt 5, 37). Le lettere dell’apostolo Paolo sono piene di "aut aut". E, infine: "Chi non è per me, è contro di me! (Mt 12, 30). Papa Francesco, comunque, vuole solo "fare proposte". Ma contraddire delle proposte non è vietato. E, a mio parere, lo si deve contraddire con energia quando in Amoris laetitiaritiene che anche Gesù avrebbe "proposto un ideale esigente". No, Gesù ha dato dei comandi "come uno che ha autorità, e non come gli scribi e i farisei" (Mt 7, 29). Lui stesso, ad esempio quando parla con il giovane ricco, rinvia all’intrinseca connessione tra la sequela di Lui e l’osservanza dei dieci comandamenti (Lc 18, 18-23). Gesù non predica un “ideale”: Egli fonda una nuova realtà, il regno di Dio sulla terra. Gesù non propone, ma invita e comanda: "Vi do un comandamento nuovo". Questa nuova realtà e questo comandamento si trovano peraltro in stretta relazione con la natura della persona umana, conoscibile attraverso la ragione»[9].

Una puntuale precisazione, questa del filosofo tedesco, riguardo all’oggetto, ben circoscritto, delle sue critiche alla Amoris laetitia. E nel medesimo articolo Spaemann rivolge un aspro rimprovero a tutti quegli autori che – non rispettando il limite che lui si è imposto – sono passati dall’analisi di singoli aspetti o argomenti del testo a una critica irrispettosa della persona stessa del Papa, il che significa che – irragionevolmente – non gli si vuole riconoscere la sua autorità di supremo Pastore.

 

 

 

[1]Vedi, tra gli interventi più recenti, l’articolo di P. SERAFINO LANZETTA, «Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Intorno al Kernproblem della sua ermeneutica» in Fides Catholica, 10 (2015), pp. 3276-343. L’autore dell’articolo illustra con molta precisione i criteri scientifici che hanno presieduto alla redazione del suo importante e ponderoso trattato (490 pagine) che reca appunto il titolo: Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari (Cantagalli Editore, Siena 2014).

[2]Vedi, sempre tra gli interventi più recenti, il mio editoriale, intitolato «La Pastorale della Chiesa, quando non è più al servizio del progetto di Dio, finisce per servire un qualsiasi progetto umano», in Fides Catholica, 10 (2015), pp. 213-221. In quella sede facevo riferimento anche alle critiche che ho rivolto ad alcuni teologi nel  mio contributo al volume Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, a cura di Antonio Livi, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2015.

[3]Questi precisi criteri di rigoroso discernimento della qualità autenticamente teologica di qualsiasi ipotesi di interpretazione del dogma sono illustrati nel mio trattato su Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[4]Cfr Giovanni XXIII, allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, nella solenne apertura del concilio ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962.

[5]Cfr Michel Schooyans, Dalla casuistica alla misericordia - Verso una nuova arte di piacere?, trad. it. in La Nuova Bussola Quotidiana, 19 giugno 2016.

[6]Cfr Concilium, 59 (2014), n. 2, p. 11.

[7]Andrea Grillo, Le cose nuove di «Amoris laetitia». Come papa Francesco traduce il sentire cattolico, Cittadella Editrice, Assisi 2016, p. 12.

[8]Mario Imperatori, «Matrimonio e fede oggi: una riscoperta del primato di Dio», in Civiltà Cattolica , 8 agosto 2015, pp. 209-224.

[9]Robert Spaemann, in Die Tagespost,17 giugno 2016, p. 12 (mia traduzione).