Fides Catholica Buon Pastore

Via dell'Immacolata, 4
83040 Frigento (AV), Italia
Telefono e Fax 0825 444415

Email: info.fidescatholica@gmail.com

cm.editrice@gmail.com

rivista.fidescatholica@gmail.com

Direttore responsabile: Prof. Corrado Gnerre

Direttore editoriale: Mons. Antonio Livi

Vice-direttore editoriale: P. Serafino M. Lanzetta

© COPYRIGHT: Le immagini presenti sul nostro sito sono prese per la maggior parte da Internet e perciò considerate di pubblico dominio. Se gli aventi diritto avessero qualcosa in contrario, non avranno che da segnalarlo alla redazione così da provvedere alla loro rimozione.

© 2019 Festum Sanctissimi Corporis Christi by Fides Catholica. Tutti i diritti sono riservati.

Il necessario discernimento teologico nell'inculturazione della Veritá rivelata

di Mons. Antonio Livi   Anno XI. 2-2016       sez. Editoriale       p. 5-13

 

La teologia contemporanea, negli autori e nelle scuole che si presentano come interpreti dell’aggiornamento “conciliare”, ha messo da parte la parola e la sostanza dell’apologetica teologica, parlando solo di “teologia fondamentale”. Non è ovviamente una questione nominale, perché la teologia fondamentale, così come oggi viene teorizzata e praticata, si basa su un assunto di base, quello secondo il quale la fede cristiana non ha alcun presupposto nella ragione naturale, ragione per cui nemmeno la teologia, intesa come riflessione sull’esperienza di una coscienza credente, deve ammettere alcun presupposto nella filosofia. Viene così a consolidarsi sempre più un radicale pregiudizio metodologico che elimina dalla trattazione teologico-fondamentale ogni ricorso alla logica e alla metafisica, mettendo così da parte i tradizionali temi dei «praeambula fidei» e della legge morale naturale, considerati come un residuo razionalistico e/o naturalistico della vecchia apologetica scolastica, la quale – come ebbe a scrivere in un celebre saggio teologico Josef Ratzinger – avrebbe fallito il suo compito di rendere accettabile la fede cristiana all’«uomo moderno».

La nostra rivista, nata dalla critica a tale infondato pregiudizio (di chiara ispirazione irrazionalistica, e pertanto fideistica) professa coraggiosamente, con il suo stesso nome di voler trattare l’argomento della fede nell’ottica dell’apologetica teologica, e a di dover proporre alla coscienza degli uomini del nostro tempo le ragioni della fede con argomenti che facciano leva, non sulle sovrastrutture ideologiche della modernità secolaristica, ma sulla verità naturale che – come sappiamo dalla rivelazione divina dell’Antico e nel Nuovo Testamento [1]– è nel cuore di ogni persona ed è capace di affrancare la coscienza di ciascuno dai condizionamenti psicologici e sociali. 

Ho trovato conferma della legittimità, anzi, della necessità di praticare con questi intendimenti la teologia della fede in  uno degli ultimi scritti  del cardinale svizzero Georges Cottier, che fu amico di Maritain e fondatore della rivista Nova et Vetera ed è stato per molti anni il teologo della casa pontificia. Si tratta della trascrizione del discorso pronunciato nel 2013 in Vaticano durante la sessione plenaria della Pontifica Accademia di San Tommaso. Rifacendosi alla dottrina del Vaticano I (costituzione dogmatica Dei Filius) e agli insegnamenti di san Giovanni paolo II (enciclica Fides et ratio), il cardinale Cottier sostiene che al giorno d’oggi la trattazione teologica del tema del rapporto tra la ragione e la fede non deve allontanarsi da quanto solennemente definito da quel concilio ecumenico ma deve solo conservare la sostanza dell’insegnamento adattandolo alle mutate esigenze del contesto culturale: se prima era il razionalismo, penetrato anche all’interno della Chiesa, a rendere difficile la comprensione di una rivelazione di misteri soprannaturali, ora invece è il fideismo a rendere difficile la comprensione delle premesse razionali della fede nella rivelazione divina [2].

Ciò significa che oggi, quando la quasi totalità dei teologi e gran parte dei Pastori hanno adottato le categorie concettuali (i “conceptual schemes”) introdotte da quella cultura antimetafisica che in Occidente è dominante, anzi egemone, il dovere apostolico della nostra rivista di apologetica teologica (come peraltro di chiunque tra i teologi abbia a cuore l’annuncio cristiano nella sua verità assoluta) è la faticosa ma indispensabile opera di de-costruzione, cioè di critica sistematica di questa cultura, per liberare le energie intellettive che consentono agli «uditori della Parola» di ritrovare nella propria coscienza le ragioni del credere. Ho parlato di promozione apostolica dell’annuncio cristiano «nella sua verità assoluta». Sono termini precisi, che sintetizzano un intero sistema di logica epistemica che rende pensabili per ciascuno di noi i contenti della fede, e proprio per questo li rende anche comunicabili ai destinatari dell’annuncio. Nel sistema di logica epistemica nel quale si inscrive l’annuncio cristiano con la sua pretesa di valore salvifico universale, ci sono – come in ogni sistema – degli assiomi fondamentali, che in questo caso è meglio chiamare “presupposti di base”. Essi costituiscono la condizione ultima di possibilità, in un quadro di olismo aletico, della consistenza (epistemic justification) di ogni singola affermazione che abbia la pretesa di essere ritenuta vera e pertanto condivisibile. Sono presupposti universalmente validi che operano di fatto nella coscienza di tutti gli uomini e che pertanto non c’è motivo per non avere sempre presenti anche nel dialogo con gli uomini del nostro tempo. Ora qui mi limito a ricordarli sinteticamente, rimandando ai miei studi sulla materia per un’esposizione analitica e una dimostrazione esaustiva [3].

 

1) L’uomo, ogni persona come soggetto pensante, ha insuperabili limiti costitutivi nella possibilità di conoscere con certezza la realtà materiale e spirituale di sé e di ciò che lo circonda; eppure, ha sempre e comunque delle certezze fondamentali che riguardano gli enti in movimento che formano il mondo, la propria soggettività (conoscenza e volontà), l’intersoggettività (la relazione con gli altri soggetti), la libertà e responsabilità nell’agire sociale (legge morale naturale) e la trascendenza metafisica (Dio come primo principio e ultimo fine di tutto).

 

2) Allorché all’uomo (di ogni epoca e di qualsiasi cultura) viene annunciato, secondo i disegni della Provvidenza, il mistero salvifico dell’Incarnazione del Figlio di Dio e la sua opera di Redenzione del mondo dal peccato, egli è in grado di comprendere e di accettare come vero l’annuncio evangelico proprio sulla scorta di quelle certezze di base, che rendono il contenuto del messaggio credibile e forniscono i  criteri per riconoscere come credibili anche i messaggeri della Salvezza (gli Apostoli e i loro successori nel collegio episcopale, con a capo il Papa).

 

Ritengo della massima importanza che la vera teologia aiuti efficacemente gli operatori della pastorale a comprendere e apprezzare come meritano le verità naturali (cioè razionali, e quindi logiche e metafisiche) che costituiscono il presupposto della fede. Gli annunciatori del Vangelo devono essere pienamente convinti – malgrado l’ossessionante propaganda dei teologi modernisti contro le ragioni della fede e a favore del fideismo comunitario – che ogni uomo è in condizione di riflettere sulle verità naturali fondamentali delle quali è in possesso e che io chiamo il “senso comune”. Tali verità sono non all’esterno ma all’interno della fede in quanto sono attivamente presenti – e in modo determinante – nel “consenso informato” che un uomo può prestare alla rivelazione dei misteri soprannaturali [4]. Proprio per questo, e che sulla scorta di Tommaso d’Aquino (che le ha chiamate “praeambula fidei”) io chiamo «premesse razionali della fede» [5]. Quando si considerano inesistenti o in pratica ininfluenti queste pre-condizioni razionali per la comprensione e l’accettazione della rivelazione divina non è in alcun modo possibile difendere, sul piano dell’apologetica teologica, la verità della fede cristiana, tanto dogmatica (il mistero cristologico) quanto morale (la legge di Cristo). E, senza il sostegno teoretico della teologia, l’opera degli operatori della pastorale è destinata inevitabilmente al fallimento, perché, priva di criterio veritativo, non è capace di esercitare quel “discernimento” che Papa Francesco va continuamente chiedendo agli evangelizzatori, ai catechisti e ai confessori. Al posto dell’indispensabile criterio veritativo, questi operatori della pastorale continueranno ancora a parlare di fede cristiana omologando il proprio discorso agli schemi concettuali della cultura dominante, la quale desidera, anzi impone, che l’annuncio cristiano resti privo di autonoma credibilità, in modo da risultare accettabile solo per motivi extra-razionali (le tradizioni popolari, il fascino dei riti e dei luoghi di culto, la sempre più diffusa popolarità del Papa, la suggestione dei messaggi provenienti dalla rivelazioni private), quando tutto non si riduce alla convenienza sociologica di permanenza o di entrata nella Chiesa cattolica, vista come una comunità religiosa portatrice di certi valori umanistici omologabili a quelli di tutte le altre religioni, comprese quelle che professano l’ateismo [6].  

Quello che i sostenitori dell’ideologia laicista nascondono con i sofismi del relativismo – affermando che a loro non interessa la verità assoluta – è che in realtà a loro non interessa tanto la questione del bene e del male quanto proprio la questione della verità. Quando gli evangelizzatori si limitano a discute del bene e del male – e sulla prassi sociale che queste categorie possono ispirare – la dialettica culturale ha già trovato tutti gli espedienti retorici per imprigionare il discorso nella vacuità dei concetti astratti e del buonismo sentimentale (il rispetto per le diversità, l’amore, la pace, l’unità), che a parole trova tutti d’accordo perché vuol dire tutto e il contrario di tutto. Quando si vuole un confronto senza ipocrisie si deve riportare il discorso alla concretezza degli enunciati chiari e precisi, tali da escludere ambiguità o equivoci in quanto chiamano in causa il principio di non-contraddizione, senza il quale non c’è logica alcuna ma solo sofismi. Se il confronto è sulla verità (assoluta) della Rivelazione, tutti sono obbligati ad accettare o a rifiutare responsabilmente gli enunciati della fede. È Cristo stesso che lo esige quando dice di essere «la Via, la Verità e la Vita» e aggiunge: «Chi non è con Me è contro di Me. Non si può servire Dio e Mammona». Per questo dico che la morale e l’ortoprassi cristiana non si possono presentare come se fossero fondate sulla “volontà di credere” (il «will to believe» di William James): vanno presentate come fondate sulla verità naturale (la recta ratio) e sulla verità rivelata, formalizzata nel dogma della Chiesa cattolica. Quindi l’unico discorso sensato è quello che riguarda l’ortodossia. 

Ben consapevole di questo, i fautori del relativismo, al di fuori e al di dentro della Chiesa, vogliono far credere che la Chiesa cerca di farsi accettare dal “mondo moderno” rinunciando alla pretesa di proporre una verità in senso “forte”, sia per quanto riguarda la conoscenza (per fede) dei misteri soprannaturali che per quanto riguarda la conoscenza (per esperienza e per ragionamento) dei principi morali e religiosi di ordine naturale [7]. In molte occasioni, nei ripetuti colloqui con Eugenio Scalfari e soprattutto nelle pagine conclusive dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia, il Papa ha parlato della verità morale e quindi della coscienza in termini ambigui: ma non si può interpretare questa voluta ambiguità – detta da motivi dialettici, sia da una sua idea del linguaggio da usare per rendere la morale cristiana più accettabile – come se Bergoglio volesse veramente contraddire la dottrina della Chiesa sull’argomento. Infatti, i documenti del Magistero, sia solenne che ordinario, parlano della coscienza come atto della “retta ragione” che è capace di conoscere la verità sull’uomo, sul mondo e su Dio, e dunque non come il momento in cui ogni individuo si “crea” una “sua” verità, sganciata dal riferimento oggettivo a Dio e alla legge naturale. Il Vaticano II afferma: «Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, e tuttavia cercano sinceramente Dio, e sotto l'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di Dio, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna (costituzione dogmatica Lumen gentium, n. 16), e san Giovanni Paolo II precisa ulteriormente:«All'affermazione del dovere di seguire la propria coscienza si è indebitamente aggiunta l'affermazione che il giudizio morale è vero per il fatto stesso che proviene dalla coscienza. Ma, in tal modo, l'imprescindibile esigenza di verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità, di “accordo con se stessi”, tanto che si è giunti ad una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale» (enciclica Veritatis splendor, n. 32). Ho sottolineato in queste due citazioni il termine “conoscenza” (con il corrispondente termine negativo, “ignoranza”, e con i termini derivati, come “giudizio” e “verità”) proprio per evidenziare che la partita si gioca sul terreno della conoscenza, e la verità altro non è se non la qualità dell’atto di conoscenza (il giudizio) che raggiunge il suo scopo.  A questi criteri morali si sono richiamati autorevoli teologi moralisti come il cardinale Carlo Caffarra e anche prestigiosi filosofi come Robert Spaemann, Josef Seifert, Stanislaw Grygiel, John Finnis e Germain Grisez.

Se dunque siamo convinti che la fede cristiana non è la verità “secondo noi” (relativa) ma la verità assoluta comunicata a tutti da Dio stesso, «il quale né ci inganna né si può ingannare» [8], allora dobbiamo sostenere sul terreno della dialettica razionale l’opera degli evangelizzatori, attrezzandoli a combattere su tutti fronti il relativismo della cultura dominante. Come rivista di apologetica teologica possiamo e dobbiamo suggerire gli argomenti adeguati a una radicale smentita logica del relativismo, perché esso non è solo un male dal punto di vista pragmatico (in quanto ostacolo alla fede) ma è soprattutto e anzitutto un errore teoretico, un non sense logico, e quindi in definitiva un sofisma, da combattere con la medesima dialettica con la quale Platone combatteva il relativismo di Protagora e di Gorgia. Non possiamo limitarci a citare il cardinale Ratzinger, poi papa Benedetto XVI, il quale ebbe certamente il coraggio di parlare di «dittatura del relativismo», ma non riuscì a eliminarlo dalla teologia e dalla pastorale della Chiesa in quanto egli, come teologo, non disponeva personalmente degli strumenti propriamente concettuali che sono necessari per combatterlo sul piano teoretico [9].

La tesi del relativismo, infatti, non si combatte con argomentazioni esistenziali o fenomenologiche, e nemmeno con considerazioni pragmatiche, ma solo con il ricorso ad argomenti rigorosamente logici, su base metafisica: e si sa che Joseph Ratzinger non ha mai recuperato, nemmeno una volta eletto Papa, quell’apprezzamento e quella dimestichezza con le categorie logico-metafisiche (soprattutto riguardo ai «praeambula fidei» e alla legge naturale) che da giovane, sotto l’influsso della teologia tedesca di orientamento storicistico-dialettico,  aveva imparato a considerare “superate” e non più consone al dialogo con il mondo moderno. E di fatto sotto il suo pontificato l’enciclica Fides et ratio di san Giovanni Paolo II – che come ricordava il cardinale Cottier si ricollega al Vaticano I per attualizzare l’insegnamento dogmatico sul rapporto tra la fede nella Rivelazione e le esigenze della ragione umana – non solo non fu recepita e messa in pratica nelle facoltà di Filosofia e di teologia delle università pontificie ma fu esplicitamente messa da parte dalle autorità accademiche come qualcosa di “superato” (così mi dissero in Vaticano quando io insistevo per ottenere il permesso di istituire una Cattedra “Fides et ratio” nella mia Università, la Lateranense). E l’enciclica Lumen fidei, iniziata da papa Benedetto XVI e completata da papa Francesco, ha riproposto i temi centrali della Fides et ratioma deprivati della loro forza dogmatica (logico-metafisica) e riportati all’inconcludenza del linguaggio esperienziale – che poi è il linguaggio prescelto da Hans Küng, antico collega di Ratzinger, quando ha voluto teorizzare un’alternativa alla dottrina tommasiana dei “praeambula fidei” [10]. Questo linguaggio, nuovamente confermato dal magistero pontificio, è quello appunto che consente all’interpretazione fideistica del dogma, che ormai è dottrina comune nella teologia cattolica ufficiale, di sintonizzarsi senza problemi con il relativismo della cultura dominante [11]. Proprio il contrario di quello che gli evangelizzatori dovrebbero fare, per i motivi che ho sopra spiegato.

 

[1]Cfr Libro della Sapienza  ; Lettera ai Romani,  1

[2]«Cet enseignement de la constitution Dei Filius a valeur de principe, elle n’est pas soumise aux vicissitudes du temps. L’apologétique, elle, doit s’occuper de ces vicissitudes. Quand le concile Vatican I énonçait ce principe, l’Église devait répondre à un rationalisme agressif affirmant l’autosuffisance de la raison humaine. De nos jours, le même principe est de nouveau proposé, mais dans le contexte d’une culture qui se méfie de la raison et ne crois plus à sa capacité de vérité» (George Cottier, Le problème culturel de l’accès au « praeambula fidei », in Credere, amare e vivere la verità, Libreria Editrice Vaticana, Vartican City 2014, p. 95).

[3]Antonio Livi, Razionalità delle fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2007; Idem, Filosofia del senso comune. Logica della scienza e della fede, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2010; Idem, Le leggi del pensiero. Come la verità viene al soggetto, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2016.

[4]Vedi Massimiliano Del Grosso, Logica della Rivelazione. Analisi filosofica delle condizioni di possibilità della fede, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2003.

[5]Cfr Premesse razionali della fede. Filosofi e teologi a confronto sui “praeambula fide”, a cura di Antonio Livi, Lateran University Press, Città del Vaticano 2008.

[6]Vedi Danilo Quinto, Disorientamento pastorale, Presentazione di Antonio Livi, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2016.

[7]Cfr Eugenio Scalfari, «Il Papa ha finalmente smentito che ci sia una verità assoluta», in La Repubblica, 12 ottobre 2013, p. 1.

[8]Cfr Concilio ecumenico Vaticano I, costituzione dogmatica Dei Filius (De fide Catholica), 1870, cap. 4: De fide et ratione; Denzinger- Sch., Enchiridion Symbolorum,  n. 1441).

[9]Vedi Francesco Coralluzzo, Oltre il relativismo. Comprendere e superare le ragioni di Nietzsche, Heidegger e Vattimo, Presentazione di Antonio Livi, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[10]Cfr Hans Küng, Christ sein, Piper Verlag,  München 1974.

[11]Vedi Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.